«Tutta la politica dopo Gaza, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura.»
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| Se ci fosse Giustizia divina, dovrebbe finire così. Che marcisca all'inferno. Ma nel frattempo, quante altre vittime innocenti dovremo piangere? |
2 agosto 2025
Questa pagina nasce perché possa con un colpo d'occhio ritrovare domani le mie semplici considerazioni intorno a Gaza e ricordarmi che ho avuto a cuore la questione palestinese cercando di stare dalla parte dei martiri, sia pur facendolo in maniera codarda perché seduta dietro uno schermo senza patire la fame, né rischiare di essere sequestrata come tanti coraggiosi volontari che hanno tentato di esprimere sul campo la loro solidarietà al popolo palestinese.
E però, mentre la Storia cancella con furia chi non ha potere e protezione, vittima di un sistema capitalista spregevole che premia i più abietti e distrugge gli innocenti, anche qui, anche se come una stronza stavo a guardare anch'io, potrò dire almeno di aver steso sudari in balcone, partecipato a qualche manifestazione e provato a denunciare nei miei strali irritanti su facebook e su questo blog ciò che stava accadendo fin da ottobre 2023, avendo capito presto, studiando e informandomi come potevo, che fosse un genocidio, termine che non ho avuto paura di usare nemmeno allora.
Senza diritti, senza pietas. Chi muore a Gaza è il simbolo della morte della civiltà europea, incapace di fermare un'atrocità incommensurabile, perché serva di interessi economici che non possono avere a cuore l'essere umano.
Non ci sarà redenzione possibile per quello che sta accadendo da 21 mesi a questa parte. E' una colpa morale, politica e metafisica che graverà su un'Europa già marcia e narcolettica.
Il genocidio è l'esito tragico di una volontà di potenza spregiudicata e senza alcun freno, quella sionista, che per decenni ha coltivato il desiderio di eliminare gli "sporchi, stupidi e incompetenti" arabi, alimentando un processo di disumanizzazione del popolo palestinese, che si è sviluppato senza trovare un fronte compatto di intellettuali, cittadini e soprattutto politici in grado di fermarlo.
Ma adesso che il delitto perfetto si sta compiendo sotto i nostri occhi, con immagini e racconti che non possono lasciare indifferente nessuna/o al mondo che possa dirsi umano, stordirci con il nostro perpetuo intrattenimento non ci potrà comunque salvare dal rimorso di non aver trovato il modo di impedire questa tragedia.
IL PARADOSSO PALESTINESE (20 ottobre 2023)
IL TRAMONTO DELL'OCCIDENTE (27 ottobre 2023)
CAPITALISMO E BARBARIE (7 novembre 2023)
MEMORANDUM (27 gennaio 2024)
SE QUESTO E' UN UOMO (O UNA FORMICA?) (1 marzo 2024)
IMPOTENZA E DOLORE (25 maggio 2024)
TORNARE UMANI (26 gennaio 2025)
IN ATTESA DI UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE (9 maggio 2025)
VERSO LA FINE DI GAZA? NON NEL NOSTRO NOME! (25 maggio 2025)
GUERRE E CAPITALE (1 agosto 2025)
UNA LUNGA PARTITA A MONOPOLI (18 settembre 2025)
22 SETTEMBRE, L'ITALIA DICE NO! (22 settembre 2025)
E questa è la mail che ho spedito oggi, 2 agosto 2025, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni:
OGGETTO MAIL: "A che serve avere le mani pulite, se si tengono in tasca?", Don Milani
CORPO DELLA MAIL:
Per la pace, per la giustizia, per la Palestina e per la credibilità della politica
Gentile Presidente del Consiglio,
credo di parlare a nome della maggior parte delle cittadine e cittadini italiani nel dirle che di fronte alla tragedia umanitaria e politica che si consuma in Palestina, si debba rompere il silenzio e agire in fretta.
Oltre 50.000 morti, in gran parte civili. Ospedali e scuole distrutti. Fame e sete usate come punizione collettiva. Una popolazione assediata da bombe, embargo e abbandono. In 21 mesi di guerra, a Gaza sono morti circa 18.000 bambini. Alcuni dei loro nomi sono stati ricostruiti e pubblicati. Non possiamo ignorarli. E non possiamo più aspettare.
In questo scenario, l’idea stessa di “comunità internazionale” vacilla. Il diritto internazionale, incarnato da organismi come l’ONU, appare svuotato, impotente, privo di forza. È emblematico il caso della giurista Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi: delegittimata sistematicamente per il solo fatto di adempiere al proprio mandato con rigore e coerenza.
E mentre tutto questo accade, gran parte dell’Europa tace.
Un silenzio assordante, che non possiamo accettare.
Non si tratta più di opinioni. La neutralità non è più possibile. Il linguaggio è stanco, la parola pubblica logorata. "Repetita iuvant", si dice, ma l’indignazione che risuona da ogni dove, oggi non basta più. Tuttavia, resta il dovere di alzare la voce, perché, come ho imparato da Albert Camus, "la nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo".
Presidente Meloni,
si unisca alle parole pronunciate dal Presidente francese Emmanuel Macron, che ha condannato senza ambiguità le gravi violazioni del diritto internazionale. Ricordiamoci insieme che la difesa dei diritti umani non è un’opzione politica, ma un imperativo etico.
Chi combatte la politica del governo Netanyahu non è antisemita, né fiancheggia il terrorismo. È semplicemente umano.
Confondere la critica a un governo con l’odio verso un popolo è un pericoloso inganno.
Servono chiarezza, onestà e coraggio.
Calvino ci ammoniva: «La ferocia ha mille volti, e ognuno ha il dovere di riconoscerla».
Le chiediamo quindi di:
* Condannare apertamente le azioni contro la popolazione civile palestinese;
* Sospendere ogni supporto di armi e munizioni nei confronti di Israele;
* Difendere il diritto del popolo palestinese all’esistenza, alla libertà, all’autodeterminazione;
* Sostenere la causa palestinese nei suoi ambiti vitali: scuola, ricerca, teatro, media, arte, letteratura;
* Opporvi al clima di intimidazione verso chi dissente e osa ancora nominare “Palestina” senza paura.
Oggi il vero coraggio è rompere l’assuefazione al massacro e prendere decisioni concrete per interromperlo.
Meglio un danno al PIL, che un macigno sulla coscienza!
Perché la politica, se non serve a fermare un genocidio, a cosa serve?
Gli Stati Uniti rappresentano il 43% delle esportazioni mondiali di armamenti. L’Italia è il terzo fornitore di armi a Israele, dopo USA e Germania: tra il 2019 e il 2023, ha esportato aerei addestratori M-346 “Lavi”, munizioni, componenti per F-35 e strumenti navali.
Ogni guerra è figlia di interessi economici travestiti da ideologie, e madre di nuovi interessi ancora più cinici, per cui la carne viva degli innocenti può essere seviziata, corrosa dalla fame, ignorata ed espulsa dall’agenda politica.
I palestinesi – come tutte le vittime delle guerre in corso – sono oggi la materia prima sacrificabile per mantenere in piedi un ordine globale fondato sulla produzione e sul commercio delle armi.
Combattere questo ordine significa combattere l’industria mortifera delle armi, e la logica spietata che spaccia per inevitabile ciò che è semplicemente frutto di scelta affaristica.
Eppure, anche in Israele, cresce la consapevolezza di essere guidati da un governo che sta trascinando un intero popolo sull’orlo del baratro. Le voci che si levano contro il genocidio non vanno confuse con la violenza cieca, ma riconosciute come atti di umanità, di resistenza, di rifiuto della barbarie.
Concludo con una frase che spero possa provocare l'effetto sperato:
«Tutta la politica dopo Gaza, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura.»
Parafrasando Theodor W. Adorno, ho scritto questa frase perché se la politica non serve a fermare un genocidio, forse non serve a niente. O forse va rifondata dalle basi ed è il momento di farlo adesso, subito! Perché ogni giorno che passa, ci sono decine e decine di vittime in più che potremmo salvare.
La fame, la sete, la paura di milioni di innocenti non sono effetti collaterali: sono parte integrante di una macchina economica cieca.
Se l’economia sovrasta l’etica, nessun diritto è più garantito. Nessuna vita è più protetta.
Certa che lei che è donna, madre e cristiana non ignorerà questo dolore e comprenderà che si debba, prima di tutto, tornare umani e da tali agire senza tergiversare,
le porgo i miei più cordiali saluti.
Con rispetto, con urgenza, con dolore, ma anche con speranza,
Silvia D'Asaro
....
Vi farò sapere se mi risponderà. So che non cambierà nulla. E nemmeno pensare di salvarmi la "coscienza" mi consola.
Siamo tutti coinvolti.
Anche se da queste pagine di abiezione umana io vorrei essere espunta, seppellita dalla vergogna del non aver fatto abbastanza e dell'aver perduto anch'io, in questa cancellazione ordita da un pazzo genocida e sostenuta da troppi paesi, inclusi il mio, tutta la mia umanità.
E, tuttavia, come potremo sopportare che non sia stato possibile scrivere un altro finale?
Che strazio
Possiate perdonarci.

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| Campione di terrorismo |

C'è infine uno scenario più realistico, secondo il quale La Global Sumud Flotilla non rompe il blocco né ferma il genocidio, ma riesce a richiamare attenzione globale per alcuni giorni, fornisce un simbolo di resistenza civile, crea un certo fastidio politico-diplomatico a Israele e mantiene vivo il tema nell’opinione pubblica internazionale.
È poco probabile che riesca a ottenere vittorie immediate e tangibili, ma può contribuire a lungo termine a un cambiamento più ampio, soprattutto se seguita da altre iniziative civili, giudiziarie e diplomatiche.
| Grafico elaborato da ChatGPT |
Motivi per cui il pessimistico prevale:
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Precedenti storiciIn passato (es. Freedom Flotilla del 2010 e altre missioni successive), la maggioranza delle imbarcazioni è stata fermata prima di arrivare a Gaza. Spesso senza conseguenze positive immediate: aiuti bloccati, attivisti respinti, notizia presto dimenticata. La storia pesa: rende più plausibile che si ripeta lo stesso schema.
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Potere militare e volontà politica di IsraeleIsraele ha una marina estremamente potente e nessun interesse a lasciare passare una flotilla civile, perché sarebbe un precedente che smonta il concetto stesso di blocco. La sua strategia più coerente è bloccare “duramente e subito”, senza lasciare margini.
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Debolezza del sostegno internazionaleFinora, la maggior parte dei governi occidentali si è limitata a dichiarazioni generiche sulla necessità di aiuti umanitari, senza adottare sanzioni o pressioni forti su Israele. Quindi, quando ci sarà il blocco, è più probabile che gli Stati chiudano un occhio piuttosto che alzare la voce.
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Rischi logistici e operativiGià nelle ultime settimane la Flotilla ha avuto ritardi, guasti, accuse di sabotaggio e problemi meteo. Tutto questo aumenta la probabilità che una parte significativa delle barche non arrivi neppure vicina a Gaza.
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| Altra immagine che ho fatto creare giorni fa a chatGPT, dopo ben due droni che hanno colpito imbarcazioni della GSF. Resistere e andare avanti. Sumud! |







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