CRONACHE DALLA FRONTIERA SCOLASTICA / LA SOLITUDINE DEGLI INSEGNANTI



Raccoglimento è la parola magica per queste feste natalizie appena cominciate. Riprendersi dal tempo divorato dagli altri, in cui perdiamo il contatto con la voce più profonda che ci appartiene e che ci porta a osservare con lucidità il mondo che ci circonda e quello che ci abita. 

È una società la nostra che prosciuga e desertifica ciò che di più vitale e brillante l'essere umano potrebbe creare e lasciare come traccia, se solo venisse lasciato libero di gozzovigliare, contemplare, fantasticare senza eccessive preoccupazioni che strangolano,  senza nessuna sensazione sgradevole di scollamento tra l'essere e il dovere essere, senza praticare quotidianamente burnout eclatanti ma accettati perché diffusi, rispetto ai quali altrove si sta certamente peggio, perché non conosciamo genocidi né guerre (e speriamo di non doverne conoscere). 

Ma nemmeno qui si sta tanto bene.

Ci siamo esauriti da soli. È proprio vero che esiste questa psicopolitica di cui parlava Han, un dispositivo ben più pericoloso del Panopticon e di ogni strumento coercitivo della società del controllo a cui aveva magnificamente pensato Foucault per analizzare il Potere. Perché il controllo rigido non è esercitato solamente sui nostri corpi, ma sulla nostra psiche. Questa diventa ossessionata dall'ansia di profitto e ottimizzazione. Dobbiamo essere tutti disposti a ogni sacrificio pur di performare al meglio. E siamo noi stessi che ci costringiamo alla perfezione iper-produttiva. Il tiranno è dentro di noi.

 La prestazione perpetua che caratterizza la nostra società significa prestarsi per non tornare più. 

Qualcuno ci ha truffato. Siamo in attesa che ci ritorni la nostra energia, tutto quello smisurato lavoro, che abbiamo dato senza risparmiarci, pensavamo avesse una ricompensa in termini di dignità e riconoscimento. 

E invece nessuno sta a ricordarci che valiamo per qualcosa che sfugge a ogni tipo di quantificazione. 

Nella società tardo-capitalista, non c'è alcuna soglia di apprezzamento da attraversare. È tutto un masticare, ingurgitare e proseguire nell'annientamento dei nostri corpi e delle nostre anime, con distacco e gelo perché non è umano chi ci governa. Sono algoritmi. E così è una beffa più che clamorosa. 

Ad averci rubato la parte più preziosa in modo irreversibile è un agglomerato di cifre e codici abilmente ideato e programmato da qualcuno di umano, sì, ma che di umano ormai non ha più niente. Come la cassa automatica che inghiotte il nostro denaro senza sorridere per risputare il resto sempre senza sorridere, così l'algoritmo governa le nostre risorse.

 Ci vomita giornate esili di tempo libero, timide porzioni di non produttività, come striminzita ricarica per il massacro senza pause a cui ci ha abituati. Cosa c'entra con il mio lavoro? L'insegnamento è salvo, penserete. Ma non è per niente così. 

Anche la scuola pubblica è obbligata a rispondere ai ritmi di esecuzione rigidi e ferrei e galoppanti che negli anni recenti l'hanno trasformata in un'azienda, i cui clienti spesso non sappiamo se sono i ragazzi o i loro genitori. 

Certamente non è fatta per noi docenti, che siamo al massimo gli elfi del Babbo Natale Dirigente. Una squadra di aiutanti che porta tanti doni, ma raramente padronanza delle discipline insegnate.

 Perché il tempo per apprendere è minacciato ogni giorno da variabili inimmaginabili che rendono la giornata dell'insegnante un terno al lotto: se sarà fortunato, potrà stare in classe senza intoppi quattro ore su cinque, ma tutte e cinque di seguito è una rarità che si presenta in pochissime occasioni. Forse una volta ogni dieci anni.

La trasformazione della scuola pubblica italiana in azienda è avviata da tempo, direi da un quarto di secolo. 

L'istituzione Scuola è sempre più avvolta da invalicabile burocrazia e dai ritmi incessanti, e sembra votata alla certificazione di competenze e crediti, più che alla trasmissione della conoscenza. Questa operazione trasmissiva, specie se condotta in maniera frontale, viene ritenuta antiquata, paludata, quasi reazionaria e conservatrice, certamente non in linea con le norme europee. 

 Ormai navigo nel flusso senza oppormi. Cedo le mie ore di didattica trovandomi a battere le mani di fronte alle numerose sollecitazioni interessanti e preziose che vengono offerte fuori dall'aula e che si dice- e spesso lo penso con sincerità anch'io- resteranno impresse nelle menti degli alunni più delle lezioni.

 Accetto di contribuire alla nevrotizzazione dell'attenzione dei miei allievi, perché l'apprendimento ha bisogno di tempo, costanza e ritmi lenti che vengono sbriciolati da questa inarrestabile macchina di appuntamenti imperdibili ed eventi sublimi che è diventata la scuola. 
Un happening quotidiano, pieno di sorprese e piacevoli incontri, che cresce tra qr code  e derive dell'istruzione autorizzate, promosse, fortemente desiderate, perché il processo di evaporazione della cultura prosegua senza sosta.
Non è cultura anche quella? Certo, ma dovremo spiegarlo poi alle ragazze e ai ragazzi quando si troveranno all'università in difficoltà evidente nello strutturare i loro studi, proprio per carenza di ore dedicate alla didattica, agli appunti, alla spremitura delle meningi.
 Oggi tutto è spettacolarizzato. E non serve più sforzarsi. Da pochi lustri si stanno imponendo nuovi surrogati: video di tik tok per ogni segmento di argomento trattato, chatGPT e miliardi di altre scorciatoie. 

Nessuno vuole più faticare. Bisogna velocizzare anche la trasmissione del sapere e renderlo una pappetta digeribile, leggera, non sia mai che facciano un'indigestione pesante di Schopenhauer e di Cusano! Come potrei perdonarmi se si appassionassero troppo alla tratta degli schiavi o alla belle époque?
E così, quando finalmente miracolosamente sono in classe, posso tornare a fare quello in cui penso di riuscire meglio, ossia insegnare, ma correndo anch'io.
La scuola è lo specchio della frenesia patologica che ha imprigionato l'Occidente in una morsa letale. 
Se corri sempre, non capirai mai niente di ciò che osservi di sbieco durante la corsa. Ci vogliano soste prolungate, momenti di concentrazione intensa, fasi indefinite di osservazione attenta su contenuti dell'apprendimento che, solo se tentato senza fretta di finire, può essere capace di aprire brecce e tornare a fare innamorare delle materie la gioventù.

So bene di vivere un periodo di transizione. Il mio mestiere potrebbe essere sostituito da IA. Ma finché sarò capace si mostrare la mia passione come ancora, sia pur affannatamente, penso di riuscire a fare, mi piace pensare che continueranno a preferire un'ora di lezione con me, anziché con un avatar amorfo e molto meno simpatico della sottoscritta.

Il punto, però, è che di questo passo non saranno loro a decidere da chi farsi "educare", ma logiche fuori controllo che hanno sottomesso la stessa scuola pubblica e sarebbe giunto il momento di combattere, per il bene di tutti.

Costretti a condividere tra di loro le frustrazioni quotidiane per il sistema che sottopone quotidianamente la scuola a criteri neoliberisti che ne mortificano qualità, vocazione e significato, i docenti fanno di tutto per rimanere decenti e dovreste averli a cuore un pochino di più, mostrare loro convinta solidarietà per la condizione difficile che vivono tutti i giorni alla frontiera, anziché portare avanti un'irritante polemica che mira a demolirne prestigio sociale e autorevolezza agli occhi degli stessi educandi.

Auguri perciò alla classe insegnante, che trascorra vacanze rigeneranti e capaci di far riemergere- qualora scricchiolasse- la convinzione che il nostro sia uno dei mestieri più necessari all'umanità, nonché, malgrado tutto, il più bel lavoro del mondo!
E auguri a tutti coloro che, anche fuori dalla scuola, educano e si sforzano di capire il mondo e di illuminare le sue contraddizioni per il bene delle future generazioni.

Le ragazze e i ragazzi hanno bisogno più che mai di orientamenti ed esempi carismatici positivi che li spingano a bramare un mondo migliore, da costruire con coraggio e slancio, perché niente è per sempre. Nemmeno questo zozzo capitalismo.
 Chissà che il 2026 non sia l'anno della rivoluzione...



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