Nel mondo occidentale tormentato dalla retorica, bombardato da messaggi di qualunque genere e tipo, in un modo così capillare e continuativo da impedire troppo spesso che la denuncia stessa di ciò che è falso, ingiusto ed inaccettabile possa essere distinta dalla menzogna e venir presa seriamente in considerazione, trovare la "verità della parola" sembra da tempo un'impresa disperata.
Da settimane alcune parti d'Europa bruciano di indignazione e proteste, segno che è possibile remare con forza contro quella desolante situazione di disincanto che da decenni riguarda tanti giovani ed adulti, credutisi impotenti riguardo l’effettiva risolvibilità di determinate questioni.
La gravità delle problematiche, annunciata da più bocche ed intorno a più vicende, si è spesso negli ultimi decenni addomesticata nel fondo della coscienza dell'opinione pubblica, come qualcosa che va accettata come "naturale", contro cui ribellarsi è sterile, fonte unicamente di nervosismo e frustrazione.
Oltre - e spesso insieme- a coloro che hanno manifestato contro il genocidio a Gaza, gli "eco"attivisti hanno già preso posizione parecchie volte contro questa stasi intollerabile, per cercare di svegliare le coscienze. Ma i loro tentativi sono stati ignorati dai politici e anche da troppe categorie di persone, "benpensanti" e non, che hanno lasciato prevalere un'ingiustificabile irritazione per le proteste di piazza, considerandole inutili, quando non fastidiosi intoppi di esistenze già grondanti troppi sacrifici per poter investire energie in lotte senza garanzia di successo.
Malgrado la pandemia avrebbe già dovuto avercelo ricordato per benino, la lezione del "siamo tutti connessi" e "nessuno si salva da solo" è tornata a essere lettera morta. Perché l'era tardo-capitalista non può produrre reti di solidarietà, ma solo vespai frammentati che perseguono per lo più interessi particolari e "solo se conviene", come cantava Agnelli in "La ballata per la mia piccola iena".
Finalmente, sembra che abbiamo riscoperto che le ragioni per lottare esistono, che è tempo di tornare a sentirsi un NOI e fare sentire forte e chiara la nostra voce contro la sopraffazione di tutti i diritti, da quello della casa a quello del giusto salario, dal diritto all'occupazione al diritto all'istruzione, dal diritto alla salute al diritto all'ospitalità, oltre a quello internazionale, che è stato addirittura affermato valga "fino a un certo punto".
Quanti diritti sono stati calpestati progressivamente negli ultimi decenni in nome di freddi interessi del Capitale, mai messi in discussione dal governo Meloni- e nemmeno troppo dalla sua opposizione.
La nostra Italia, infatti, ha messo in cima alla propria lista il riarmo, preferendo investire sulla morte, anziché sulla vita, picconando progressivamente il sistema sanitario e di istruzione pubblici, così da alimentare sempre di più un circuito di diseguaglianze che ha creato un clima di malessere sociale, xenofobia e crescente razzismo, che non può che creare allarme e forte preoccupazione.
I giovani, gli agricoltori, gli autotrasportatori del sud, stanno dando una lezione compatta di resistenza in questo autunno caldo, che sarebbe bello venisse ascoltato davvero dalla classe politica.
La repressione non può essere l'unica risposta.
Ma lo scollamento tra classe dirigente e "massa" popolare, forse, è tale da non poter nemmeno più farci sperare che questo dissenso porti a effettivi cambiamenti di rotta.
Esistono politici capaci di fare davvero l'interesse dei più oppressi della popolazione?
Cosa c'è nel cuore dei politici?
Forse non dovrebbe nemmeno interessarci sondare fino a quel punto. Chi potrà stabilire mai, del resto, se siano calcolo, freddezza ed ambizione sconfinata le vere ancore di salvezza di chi governa, in onore a quanto diceva Pessoa nel libro dell'Inquietudine: “Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità.”?
Potrebbe anche darsi, invece, che preoccupazioni stritolanti accompagnino ogni notte qualche rappresentante politico che si sente perduta/o e profondamente a disagio nel non riuscire a portare avanti i compiti assegnati dalla comunità, compiti in cui magari crede fermamente dal primo giorno della sua carriera, ma per mancata capacità collaborativa con i suoi colleghi sono stati tante volte inadempiuti.
Tutto è possibile.
E a molti piacerebbe, sicuramente, sostenere una politica che ha ansia di trasformare le cose, esortando con impeto sincero alla concretezza e sforzandosi di conseguire nei tempi più brevi possibili gli obiettivi prefissati, perché crede davvero nella necessità del suo intervento.
Tuttavia, sono giunta da parecchi anni, un po' pragmaticamente, a dovere ritenere quest'aderenza al nobile ideale non più essenziale, purché venga mantenuta fede incondizionata ad un solo, insindacabile punto: il SERVIZIO.
Intendo dire che certamente sarebbe bello che chi ha potere non vivesse come fastidi che attentano alla sua pace e alla sua serenità privata ciò per cui, accettando un ruolo pubblico- frutto certamente di tanta fatica- ha scelto di lottare.
Sarebbe nobile, un’utopia, senza dubbio, se chi governasse capisse sul serio, insomma, le problematiche dei suoi cittadini, avendole a cuore, sentendole sue, in modo che ogni sacrificio previsto – la politica è sacrificio!- venisse effettuato seguendo intimamente Platone, che nel Fedro fa dire a Socrate : ”Per chi intraprende cose belle è bello anche soffrire” (Platone, Fedro 274 a-b).
Ma penso che non dovremmo chiedere tanto. Mi basta una politica che assuma responsabilmente l’impegno istituzionale per lo sviluppo sostenibile, per la fine delle guerre, per una politica di inclusione e integrazione degli immigrati e per la rivitalizzazione del settore pubblico, ricerca inclusa, a cui dovrebbero essere destinati tutti i finanziamenti possibili, spezzando definitivamente questa tendenza alla privatizzazione e americanizzazione completa della società, che pare abbia inaridito i cuori, abituandoli a una violenza disastrosa che è giunto il momento di interrompere.
Non ci servono eroi.
Ci bastano degli esecutori, non alla Eichmann, naturalmente, ma dotati di spirito critico in dose sufficiente e mediamente appassionati, che si limitino a rispondere sul serio alle richieste della popolazione.
Ci bastano degli esecutori che si impegnino concretamente per mettere al centro della loro agenda la questione climatica, prioritaria rispetto ad ogni altra, ed una seria ridistribuzione delle risorse.
Ci bastano degli esecutori, insomma, che esercitino il potere per l'unica ragione per cui lo detengono: mettersi interamente al nostro servizio. E lo facciano per interessarsi del clima, del lavoro - da garantire e da rendere stabile e sicuro per tutte e per tutti-, della scuola - base di ogni possibile cambiamento epocale e che urge emancipare dal modello aziendale una volta per tutte- , della salute- che non può essere un lusso di pochi, mentre la stragrande maggioranza della popolazione rinuncia a curarsi-, delle sfide più complesse del presente- vedi intelligenza artificiale che, incontrollata, rischia di mandare a casa migliaia di persone- , di tutti coloro che vivono ai "margini"soffrendo di abbandono e di invisibilità, degli anziani soli e dei giovani disperati, per ripensare un futuro ibrido e cosmopolita- non nazionale- che ha bisogno di giustizia sociale, sicurezza, di bellezza e tanto altro.
Di questo per me dovrebbe curarsi chi amministra le nostre esistenze, perché questo Paese possa crescere, migliorare, tornare a provare fiducia nella stessa classe politica e ritrovarsi di nuovo unito nel rispetto di tutte le sue meravigliose differenze e nella necessità di lottare insieme per un domani più giusto, equo e solidale per tutte/i .
Adesso che la partecipazione democratica- che ha vissuto troppo a lungo compressa negli spazi virtuali, mortificando il suo valore immenso- sembra tornare qualcosa di reale, dovremmo fare di tutto per costruire dialogando di nuovo un "NOI" che non piega più la testa.
Se torniamo a essere un soggetto collettivo e non disperdiamo in cori singoli quest'energia di ribellione;
Se si mantiene viva la fiamma della rivolta, che disvela anche per i più scettici e disincantati un altro orizzonte possibile;
Se l'autunno, insomma, resta caldo permanentemente,
allora avrà ragione la Kristeva quando diceva correggendo Camus: "Mi rivolto, dunque saremo".


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