Utopie e atopie

 



"Senza idee, senza un orizzonte di senso, il vivere si atrofizza e degrada in un sopravvivere o, per parlare della forma contemporanea di atrofia, degrada al livello dell'immanenza del consumo. I consumatori non sperano nulla. Hanno solo desideri o bisogni. Non hanno bisogno di nessun futuro. Dove il consumo diventa totalizzante, il tempo si atrofizza e si blocca in un presente permanente fatto di bisogni e del loro soddisfacimento. La speranza non appartiene al vocabolario capitalista. Chi spera, non consuma.", Byung-Chul Han, Contro la società dell'angoscia. Speranza e rivoluzione, pag, 27.

In questo blog esiste una pagina dedicata alle Utopie su cui non scrivo da parecchio tempo. 

Non farò una recensione dello splendido libro appena citato su cui altrove tornerò, ma posso inserire alcuni aggiornamenti tratti dalla mia vita da insegnante, visto che, partendo dall'Utopia tecnocratica di Francis Bacon contenuta nella Nuova Atlantide (1626, tre secoli fa), ho potuto condividere interessanti punti di vista con due mie deliziose quarte. 

Ho domandato ai miei allievi, infatti, di descrivermi la loro città utopica, in pochi minuti e in anonimo su dei post-it (a giudicare dall'uso smodato recente, dovrò comprarmene una scorta), così da riflettere poi insieme sui tratti comuni o originali emersi nei loro brevissimi testi.

Sicuramente Palermo non potrà essere considerata una città ideale per tanti motivi, non per ultimo quella di essere al momento la città con l'aria peggiore. Non tira una pessima aria solamente in termini metaforici, con riferimento al crac, alla delinquenza in aumento esponenziale o, per restare a casi di cronaca recentissimi, ad accoltellamenti tardo-pomeridiani in via Libertà.

L'aria è proprio marcia.

 "L’ultimo dossier di Legambiente “Mal’Aria di città”, che passa in rassegna l’inquinamento atmosferico nelle città italiane, fotografa una città dove la qualità dell’aria è ormai un’emergenza." (fonte Palermo mal'aria ).

E che questo sia in una città un fattore tutt'altro che trascurabile è chiaro anche ai ragazzi di sedici anni.

L'aspetto primario, infatti, di una città utopica è per le mie studentesse e i miei studenti quello ecologista, cioè di una tutela reale dell'ambiente e della salute dei cittadini, attuabile tramite abbondanti spazi verdi, incremento dei trasporti pubblici e drastica riduzione della circolazione delle automobili.

Altrettanto enfatizzato è stato l'aspetto della sicurezza, con l'utopia di una città senza criminalità e in cui i cittadini si comportano in maniera empatica, solidale e fraterna, facendo appello solamente al proprio buon senso civico e alla propria coscienza, senza che sia necessaria la repressione (é un'utopia!).

Qualcuno scrive:

"Nella mia città non ci sono ospedali perché le malattie non possono entrare. Non ci sono caserme perché le persone sanno cosa è giusto e non fanno ciò che è sbagliato" .

Ma c'è anche chi, purtroppo, desidera "una città senza immigrati clandestini pericolosi" (e avoglia di discussioni che sono sorte intorno a questa posizione, per fortuna minoritaria e contestata aspramente da tutte/i le altre e altri compagne/i!).

Da bravi studenti di un Liceo Scientifico Sportivo, poi, molti di loro sognano fondamentalmente una città di palestrati, zeppa di spazi ginnici e gratuiti che possano assicurare benessere fisico ai giovani (l'accesso per gli "anziani"- dopo i vent'anni!- sarebbe a pagamento. La schiena curva te la sei meritata, tiè, fatti tuoi).

Ma c'è anche chi, pur essendo sportivo, scrive socraticamente:

"Una città perfetta sarebbe senza ignoranza perché è colei che distrugge tutto e crea problemi. L’ignoranza in tutti i campi al posto di creare curiosità e soluzioni sembra accentuare i problemi".

1.      E c'è anche chi spera in "un mondo dove ognuno ha un suo incarico e dove tutto è equilibrato", dove "si mantengono più promesse e dove tutti siano più coerenti e meno egoisti".

Le mie alunne e i miei alunni hanno insomma già capito che sognare una città utopica significhi sognare non solo infrastrutture ben funzionanti, ma soprattutto anime più sagge e civili che riescano a spendersi in modo attivo per la comunità, consentendone la fioritura. 

Ma perché, allora, chiedere loro di immaginare qualcosa che ancora non c'è? 

A che serve avere un'utopia?

Come diceva Galeano già ricordato qui, per quanto si presenti come un orizzonte che sfugge incessantemente, l'utopia serve proprio a continuare a camminare. Essa è la traiettoria di cui abbiamo bisogno per non sprofondare nel presente.

È l'orizzonte che mi pongo davanti e mi permette di non limitare la mia visione a ciò che vedo, perché sento che ciò che c'è potrebbe essere diversamente, se solo ci fosse un impegno maggiore da parte mia e di altri nel modificarlo.

Chi non vuole fare i conti solo con cupe distopie, nè vivere ingurgitando soltanto catastrofi annichilenti, ha sempre la possibilità di ritrovare una spinta coraggiosa per guardare con occhi pieni di luminosità il domani.

Certo, sognare un non luogo risulta fuori luogo quando il presente è già una distopia (penso a Gaza e altri disastri inimmaginabili che costellano il nostro orizzonte attualmente).

Eppure, deve esserci spazio per una critica costruttiva che possa far sorgere mondi migliori.

Speranza e non disfattismo. Entusiasmo e non rassegnazione. Fiducia e non scoramento. Audacia e non vittimismo. Progetto e non rinuncia.

Chi abita il futuro non vive solo nel presente, ma ha fame, sete, desiderio di porgersi oltre ciò che è dato e si presenta per qualche motivo guasto, sbagliato, scorretto e, tuttavia, può, anzi deve mutare.

Non si tratta di stravolgere tutto.

Qualcosa dovrà cambiare, qualcosa rimanere, cercando un equilibrio tra scelte che non corrompano quanto di buono c'è e va preservato.

L'utopia non è un abbattimento che demolisce, se riconosce del buono. Procede con spirito critico. Contesta per costruire ciò che ancora non esiste e si ritiene impossibile possa sorgere un dì. 

Ma utopici, pazzi, totalmente fuori di testa sono sembrati sempre tutti quelli che hanno inventato ciò che oggi ci sembra normale, dal telefono all'ascensore, dalla macchina al bidet.

Sembravano maghi squinternati tutti gli scienziati di ieri e lo sembreranno anche oggi.

Azzardare è necessario, specie da giovani. E spero che le mie studentesse e i miei studenti - nonché ovviamente le mie figlie- riescano ad avere quanta più fame di cambiamento positivo possibile per trasformare concretamente in meglio la società, a tratti decisamente oscena, in cui vivono.

Quanti e quante di loro saranno in grado di esercitare i propri talenti per scoprire ciò che ancora non c'è, ma speriamo che un giorno appaia... Una cura definitiva per il cancro. Una macchina del tempo per tornare indietro e cambiare le cose che non vanno. Un antidoto alla malvagità. Un 'invenzione contro la fatica e lo sfruttamento...

Tutte/i loro saranno coinvolte/i nella ricerca affannosa di ripristinare equilibrio tra l'uomo, la techne e la natura, physis, per risanare le ferite e fare tornare in vita ciò che sta per estinguersi (come è anche il cervello umano, atrofizzato dall'utilizzo di IA).

Saranno capaci di usare ciò che l'essere umano produce per sopravvivere in modo da non alterare l'ambiente, senza superare più in maniera tracotante i limiti imposti alla nostra specie?

Chi spera, non consuma, dice Han. E forse ricorda ancora cosa è un uomo oltre ad essere il consumatore che lo ha abituato ad essere l'ultimo settantennio di vita occidentale tardo-capitalista.

Nel mio piccolo, anche quando studiamo insieme la storia dalla Rivoluzione Industriale in poi, cerco di condividere visioni critiche della modernità e del progresso, facendo attenzione a non trasformarmi in una patetica luddista che demonizza il nuovo.

E riflettiamo insieme su come le radici della cultura occidentale prima di Bacone e Galilei non fossero affatto "scientifiche", ma spingevano nell'abbracciare senza forzature una visione organicistica della natura, capace di coglierne la sacralità e non avere alcun interesse nel pensarla un serbatoio da sfruttare a proprio piacimento.

Non si tratta di odiare il progresso o sperare infantilmente in un ritorno alla natura incontaminata senza brutture derivate dalla civiltà. 

Separare il mondo scientifico dalla sfera morale, tuttavia, è stato un tragico errore. 

Aveva ragione il mio buon vecchio Gadamer nel criticare la cesura che si compie dal Seicento in poi e che fa smarrire quel doppio misurare che per Platone era alla base della buona politica ed era argomento anche della mia tesi di dottorato  di più una  dozzina di anni fa. ( Gadamer e il Filebo. La misura come forma logica del sapere ermeneutico)

Se avessimo sempre accompagnato alle misurazioni legate a formule e quantità di tipo scientifico un tipo di misure che non hanno a che fare con le cifre ma con la ben più difficile da classificare qualità, l'umanesimo avrebbe potuto continuare a compensare le spinte in avanti, talvolta esagerate, della scienza.

Invece, negli ultimi tre secoli abbiamo perduto le nostre radici umanistiche, con danni atroci nel modo di gestire la natura e i rapporti umani.

Mentre la scienza spinge a mettere il piede sull'acceleratore per inseguire un progresso sempre più accecante, la cultura umanistica invita a fare i conti con i limiti dell'umano, le sue fragilità, la sua piccolezza, il fatto che è una canna pensante che si sgretola in pochi istanti, costretto tragicamente a morire e lasciare un'eredità di affetti solo se sarà capace di amare gli altri intorno a sé.

Tra lo scienziato che vive per la scienza inaugurato da Galilei  e l'uomo che vive per conoscere sé stesso in dialogo che dà l'avvio con Socrate alla filosofia occidentale (senza volere con questo dire che i cosiddetti "presocratici" siano roba di poco conto, eh...anzi, più invecchio, più li amo e didatticamente "sosto" su di loro tantissimo tempo ) ci sono più di duemila anni di attitudini occidentali che hanno segnato il nostro stare al mondo nel segno della precarietà, certo, ma anche di una solidarietà di cui non abbiamo quasi più traccia.

La lentezza del medioevo, la magia del rinascimento, posture che sembrano evaporate del tutto in favore di un essere umano tecnologico e reificato, che continua a non conoscere se stesso o, per farlo, addirittura, chiede il parere ad un non umano.

 In questi giorni con le mie terze parlo di Socrate, l'àtopos, l'atipico, colui che sfugge ad ogni semplificazione, rifiuta ogni etichetta e ci costringe a ritenere insoddisfacente qualunque semplice formuletta che possa restituirne la straordinaria natura. Facciamo milioni di discorsi e i colleghi di sostegno dicono che li ho conquistati. Ma è stato Socrate, non certo io.

Che bello, comunque, vederli stamattina pieni di commozione mentre leggevamo il Fedone nel suo descrivere gli ultimi istanti di vita del più giusto degli uomini, condannato a morte dalla democratica Atene nel 399 a.C.

Le ragazze e i ragazzi hanno bisogno di utopie e di atopie per tornare a sognare e coltivare l'esercizio di rottura di ogni schema precostituito in nome di ideali grandiosi e di non immediata comprensione per la massa omologata.

"Non voglio una città perfetta" ha scritto un alunno di quarta.

E forse ha ragione, ma finché potrò svolgere questo mestiere che continuo, malgrado la stanchezza incipiente, a considerare il più bello del mondo, mi sforzerò di indurli a non accettare passivamente i limiti, alternando il "so di non sapere" di Socrate ad un benedetto "eroico furore" del mio amato Giordano Bruno. Ma cercando di tenermi - e tenerli- lontano da cicuta e roghi😁



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