Pasqua è passata, ma ho ritrovato ora uno scritto di quindici anni fa, pensato per l'associazione Dissonanze urbane creata insieme a un gruppetto di amabili palermitane e palermitani con cui ci chiamavamo "i periferici".
Lo lascio intatto, ad eccezione della correzione dell'utilizzo di "essere umano" al posto di uomo.
Palermo da scartare. Come un uovo di Pasqua da cui ci si attende avidamente qualche sorpresa, o, al contrario, da lasciare stare, ricoprire d’oblio, accettando che rimanga sommersa nella sua accidia ed immobilità che nessuno sforzo potrà mai contrastare.
Muovendosi in bilico su questa ambivalenza, la nostra ricerca ha come scopo principale quello di cercare dove si nasconda la bellezza della periferia a Palermo e perché sia un bene da difendere. Abbiamo voluto scommettere, infatti, che la bellezza possa essere un collante sociale, un prezioso antidoto all’individualismo borghese che rinchiude in una coscienza estetica l’esperienza con l’arte e la natura, dimenticando che queste possono invece diventare dei vettori fondamentali per ridisegnare un nuovo concetto di etica e di politica. Ma chiedersi del bello è possibile solo ritornando all’origine, alla domanda più importante che andrebbe formulata ogni istante per cercare di non affogare nell’omologazione disperata che regna sovrana intorno a noi: Chi è l’essere umano?
Mentre una cosa-bella o brutta che sia- è disponibile proprio perché utilizzabile ,un "Chi", anche quando è disponibile, non è originariamente utilizzabile, anzi sarebbe giusto ricordare che è proprio nella resistenza ad ogni mero utilizzo che si annida la sua specificità. Eppure spesso l’essere umano si lascia stupidamente usare, finendo con l'adattarsi gradualmente anche all'inumano, a ciò che non gli è proprio. Costitutivamente esposto all’altro, nessun essere umano è mai al sicuro da chi è impaziente di disporre di lui, fraintendendo la sua apertura, la natura della sua esposizione. Ed allora l'esposizione- in sé inevitabile- diventa una disposizione, un assetto ben decodificabile, ordinato, pronto all'uso.
La pietra non sa del suo essere usata, l’essere umano invece forse lo scopre tardi, ma può comunque ogni secondo temere di esserlo e preparare le sue difese, perché sogna, cerca e spera sempre, finché è vivo, libertà. Per questa ragione, più che rinunciare alla generosità e alla ricerca dell'altro, occorrerebbe che il Chi riuscisse ad essere disponibile solo con chi non intende affatto "dis-porre" di lui. Altrimenti sarà usato e confuso tra le cose, senza mondo e capacità di ribellione, un po’ come tutti lo siamo, più o meno inconsapevolmente, dal signor Zuckerberg o chi per lui su facebook e come rischiamo di essere in ogni relazione asimmetrica con tutti coloro che -smarrendo la differenza fondamentale tra atto e potenza- immaginiamo detengano effettivamente il “potere” .
Di non essere cose lo si dovrebbe dimostrare in ogni istante della vita. Questo non è sterile moralismo, ma la sola lotta autentica che mostri la differenza tra l’essere umano e l’inanimato. Stare in agguato contro la reificazione. Ecco cosa occorre e cosa oggi stiamo perdendo di vista, azzerando la nostra voglia di esplorare i confini dell’umanità come un martello e una biscia non potranno mai fare.
Palermo si presenta come uno scenario particolare per dare vita a nuovi orizzonti di senso intorno a chi è l'essere umano, quali le sue peculiarità, quali i suoi grandi limiti, proprio perché si nutre di differenze e non offre mai lo stesso identico paesaggio umano a chi la osserva. Oltre le discariche a cielo aperto, facendo un paziente slalom delle colline di spazzatura presenti nei suoi vicoli e nelle sue piazze, a Palermo si esperisce qualcosa che costringe a restare interdetti, stupiti e, perciò, rapiti dal suo fascino maledetto. Chi cerca a Palermo una bellezza fatta di ordine, misura, come la statuaria greca , resterà deluso. Qui non è soltanto l’architettura a rivoltarsi contro un codice ferreo attraverso cui leggere una bellezza plastica ed ammonitrice dei vizi, che edifichi chi la contempli originando un moto di ascensione capace di dissolvere la particolarità del singolo in un’universalità in cui riconoscersi ed appagarsi.
Il solo santuario in cui ci si dimentica dei propri guai e si sente di avere qualcosa in comune a Palermo si chiama stadio. Le strade non sono sentite come di tutti, ma proprietà di ciascun soggetto che, buttando a terra una cicca, non rimuovendo la cacca del cane o posteggiando in seconda fila, denuncia la sua completa estraneità al concetto di “comunità” solidale e rispettosa degli spazi pubblici . Andare a spasso per i quartieri eterogenei palermitani implica perciò la scoperta di un fatto fondamentale per ridiscutere il senso della comunità, della polis e dello spazio entro cui sorge la politica. La stragrande maggioranza dei palermitani non sono ancora cittadini. E lo rivela la loro diffusa intolleranza ad ogni atteggiamento civile che, guardato con ammirazione quando si varcano i confini della città, viene poi osservato di nuovo con sospetto o, comunque, difficilmente praticato, una volta che si ritorna alle abitudini locali.
A quella dei rifiuti, dunque, si affianca un’emergenza di buona condotta, che è frutto di educazione e misura, capacità di sospendere la propria istintualità in nome di un principio ulteriore che, seppure invisibile, rimane condizionante l’assetto della città intera, il suo effettivo realizzarsi come comunità. Ma se non ti senti parte della comunità, del resto, come puoi rispettarla ed agire per la sua crescita o per mantenere, se non altro, la sua conservazione? Questo senso di completa estraneità diventa lampante anche quando si parla di altri due problemi fondamentali a Palermo, che si prestano a diventare agevoli lenti di ingrandimento delle sue contraddizioni, che, proprio perché non si piegano ad alcuna facile spiegazione, stimolano continue riflessioni di cui questo sito intende farsi portavoce. Intendo innanzitutto l’”emergenza abitativa”, che è una formula abusata dietro cui si nascondono infiniti tentativi di opporsi ad ogni imposizione dall’alto di strutture rigorose che imbriglino le potenzialità delle persone, cristallizzando la loro dinamica eterna che li spinge ad organizzarsi in maniera autonoma, riempiendo gli spazi proibiti, lasciati vuoti da un’amministrazione latitante.
A marzo del 2010, ad esempio, il nostro gruppo di "periferici" era andato a curiosare a Borgo Nuovo, intrufolandosi nei "lavori di ristrutturazione" di quello che era un Asilo costruito con fondi europei nel 2007 ma di fatto, per via dell' inadempienza dell'amministrazione comunale, mai utilizzato come bene pubblico, così da diventare in breve un covo di eroinomani. (Esiste anche un video a testimonianza).
Le famiglie che, occupando abusivamente il locale, si erano impegnate alla rimozione di vetri e siringhe erano state persino elogiate dai dipendenti dell’Amia oltre che dagli stessi poliziotti, cui avevano fatto il favore di eliminare un’ennesima fonte di disordine e disagio del quartiere, già sovraccarico di tensioni. Accade solo a Palermo? Forse. Ad ogni modo, mentre la politica dovrebbe dare risposte concrete ed effettuare interventi che migliorino i servizi, così da assicurare al maggior numero di abitanti il necessario per condurre una vita dignitosa, noi ci possiamo permettere il lusso di sospendere ogni giudizio anche dissacratorio nei confronti delle negligenze dei dirigenti e domandarci qualcosa che contenga quello scandalo immediato che, se si è abituati a fare i conti unicamente con la propria ristretta porzione di “Palermo bene”, molti concittadini siamo sicuri proveranno.
Se Palermo, proprio per il suo essere protesa alla sperimentazione continua di forme di convivenza che nessun milanese o fiorentino potrebbero mai accettare, è sicuramente una città difficile da governare, ciò che ci dovremmo domandare è come percepiscono l’essere cittadini gli abitanti delle zone “opache” palermitane , ospiti di una città che, di fatto, non appartiene- come tutti i luoghi del mondo- a nessuno.
E poi, oltre alla questione della casa, c’è la faticosa gestione del lavoro del terzo settore. Se una città deve il suo buon funzionamento ad una corretta divisione dei compiti tale per cui ogni parte contribuisce alla sua crescita, è evidente come l’ordine palermitano sia infranto o, forse, non sia mai esistito, con conseguenze nefaste per tutti i palermitani, che si rendono conto dell’interdipendenza tra le varie professioni solo quando qualcosa del meccanismo si inceppa disturbando la loro astratta quiete.
Alla radice di un ritardo dell’autobus, dietro un tombino non riparato e all’origine delle montagne di munnizza che ci deliziano ciclicamente, ci sono evidentemente disordini e malesseri nei settori lavorativi di competenza dei servizi pubblici, ossia nelle “municipalizzate”, quei sette contenitori giganteschi i cui bilanci sono sempre sull’orlo del fallimento, così da provocare malumori crescenti negli impiegati che poi sfociano in manifestazioni e scioperi, più che mai vistosi a ridosso delle elezioni. Ora, più che chiedersi se sia giusto o meno che finora l’ unico modo per stabilizzare la caoticità di tante masse di palermitani senza lavoro sia stato la loro collocazione nei grandi bacini elettorali delle varie aziende municipalizzate come la Gesip, l’Amia, l’Amap ecc., e piuttosto che prendere asetticamente come data ed ormai difficile da scardinare questa situazione, il nostro compito credo sia cercare di immaginare un’alternativa.
Solo il confronto con altre realtà aiuta a rifiutare il dato esistente e a vigilare perché non si perseveri nello sfacelo che riguarda tutti, periferici e non, dal momento che condiziona la vita, la salute e la conduzione quotidiana delle giornate di ciascun palermitana/o, ne sia consapevole o meno. Non esistono luoghi perfetti se non nei sogni, ma altrove non accade che ci si debba perdere giorno per giorno in fitte lamentele sul mancato funzionamento dei servizi.
Come mai? Chi gestisce la raccolta dei rifiuti a Trieste ? Chi pulisce le scuole a Parma? Chi controlla il manto stradale a Torino? E perché tutte le città del nord appaiono competitive per raggiungere traguardi di basse emissioni di gas che le rendano a norma rispetto all’Europa, mentre qui soltanto a fatica ed unicamente in alcuni quartieri si fa la raccolta differenziata? A noi nessuno ce l’ha detto che si diventa anche più ricchi lasciando che i rifiuti diventino risorse, abbiamo preferito non ascoltare o non abbiamo potuto fare niente perché a capo di tutta la questione rifiuti c’è la mafia che impedisce ogni sacrosanta reazione e costringe a mantenere un profilo da città del terzo mondo?
Questi temi cercheremo di affrontarli lasciando che parlino i cittadini stessi, proprio perché, se vale quanto detto all’inizio e bisogna lottare contro la reificazione umana che il nostro secolo conosce in maniera esponenziale per via del consumismo e della tecnicizzazione imperante, la nostra funzione sarà quella di rendere quanto più possibile vitale la discussione, non lasciando che rimanga lettera morta navigante sul web ed incapace di interessare e coinvolgere attivamente i destinatari di questa indagine sulla città che, come ogni ricerca che si rispetti, resta aperta e precaria, ma radicale nella sua volontà di lasciar parlare il fenomeno, senza oscurarlo sotto una coltre densa di pregiudizi e dogmi che ne minacciano la comprensione.
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E, invece, anche questo progetto, Palermo da scartare, è diventato uno scarto.

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