Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di Naza (oltre che di No other land), sono due eroi del nostro tempo che dobbiamo proteggere.
Mettere insieme i pezzi della macchina di annientamento israeliana senza fare nessuna retorica, ma lasciando che parlino gli stessi protagonisti dei bombardamenti che vanno avanti dal giorno dopo quel 7 ottobre 2023, non poteva riuscire in modo più magistralmente chiaro di così.
Attraverso le interviste sui tetti di Tel Aviv a 24 soldati e membri dell'intelligence militare di Israele, che rimangono camuffati per non incorrere in ritorsioni da parte del governo di Netanyahu, il volto scoperto e serio di Abraham esplora le condizioni che hanno reso e stanno rendendo possibile il genocidio in corso.
Massima potenza tecnologica a disposizione, controllo capillare di ogni unità abitativa tramite i cellulari, organizzazione scientifica impeccabile della filiera preposta alle uccisioni in larga scala e indottrinamento indefesso fin dalla più tenera età, basato sulla convinzione che non esistano palestinesi innocenti e sia, perciò, indispensabile eliminarli senza l'ombra della pietà o del tentennamento, rendono l'Idf un corpo addestrato capace di raggiungere livelli di spietatezza, efferatezza e nessuno scrupolo morale che farebbe invidia al peggior nazifascista vissuto finora.
Potranno esistere eccezioni?
Un soldato israeliano intervistato nel film, a un certo punto, dice che ritiene ancora che il male assoluto sia rappresentato dal nazismo, ma poi, riflettendo sui crimini compiuti, aggiunge, "non so chi sono io". Tuttavia, una volta che fai parte del sistema votato alla morte, non puoi avere crisi di coscienza (ammesso che sia rintracciabile più qualcosa che possa chiamarsi così) e sei obbligato a portare avanti la tua mansione, considerata altamente prestigiosa, che prevede missioni letali, compiute le quali puoi anche tranquillamente andare a prendere una birra con gli amici, in quella Tel Aviv così normalmente occidentale, con le sue insegne luminose, le palestre, le feste e i ristoranti a 60 chilometri da una Gaza sventrata e rasa al suolo molto peggio di Coventry.
Chi o cosa sono questi soldati istruiti, l'elite della società israeliana, che fa parte dell'intelligence sofisticata, che con sistemi all'avanguardia come Lavender per la stesura automatica di liste di bersagli sulla base degli edifici palestinesi, o Homeland per le intercettazioni telefoniche (in un sistema che è stato ideato negli anni settanta dagli israeliani, impedendo ai palestinesi di averne uno proprio), stanno riuscendo da anni a mappare ogni centimetro abitato a Gaza? Chi sono questi analisti, tecnici ed ufficiali che da remoto , senza rischiare nulla, perseguono l'unico obiettivo di distruggere il nemico arabo, pianificando fin dal principio che esistano possibili danni collaterali, i cosiddetti NAZA- acronimo militare derivante dall'ebraico Nezek Agavi- ossia donne, uomini, anziani e bambine che possono tranquillamente essere sacrificati, perché non considerati esseri umani, come non lo sono gli aggregati di pixel contro cui si scagliano i videogiochi bellici?
L'annientamento programmato è il risultato di decenni e decenni di disumanizzazione del popolo palestinese. Nessuno può più fingere oggi di non capirlo.
Rimorsi, sensi di colpa e vergogna dei membri - uomini e donne- dell'Idf coesistono con la soddisfazione per la missione compiuta, la spaventosa ammissione di "divertimento" ed euforia, oltre che con una strabiliante capacità di autoassoluzione di eichmanniana memoria, propria di chi dichiara di essersi limitato a eseguire un compito. Perché è questo che fa un bravo soldato: obbedire.
La banalità del male è all'ordine del giorno nella striscia di Gaza. E non si è certamente antisemiti nel dichiararlo.
Vedere Naza è necessario, allora, per non abdicare allo spirito critico e denunciare senza sosta l'atroce genocidio in atto a Gaza. Ma vedere Naza è necessario anche per sopportare la tragica consapevolezza di rimanere spettatori impotenti, che non riusciranno a impedire che muoiano altre bambine e bambini gazawi domani o non ne muoiano altri in Cisgiordania, perché l'ordito di Bibi prevede scientemente di rimuovere qualunque forma di dissenso, ostracizzando ogni visione difforme alla convalida ed esaltazione del suo scellerato e condiviso piano di sterminio, che si esaurirà solo quando verrà ucciso anche l'ultimo palestinese presente in quella terra martoriata dove è nato Gesù.
Nel docufilm si accenna a come i tentativi delle vittime palestinesi di accusare Israele alla Corte Penale internazionale di crimini contro l'umanità si siano dovuti ogni volta infrangere davanti alle strategie messe appunto nel "dipartimento di Bibi" di infangare chi denuncia con accuse di adulterio o omosessualità. Ed è noto come il diritto internazionale con Gaza sia diventato carta straccia, valendo "fino a un certo punto", come si è espressa una delle massime cariche istituzionali italiane (di dubbio spessore, ma pur sempre ministro degli esteri italiano).
Vedere Naza è necessario per portarsi dietro ogni giorno quel pugno nello stomaco che si avverte con violenza durante quell'ora e mezza e mantiene la sua durezza nelle ore seguenti, così da valutare con disperata insicurezza i risultati della nostra civiltà: progresso tecnologico, sicurezza, ordine e disciplina.
Mi chiedo se la visione del docufilm, che per me è avvenuta in ritardo con la mia scuola solo oggi, sia stata effettuata dalla nostra Presidente del Consiglio e dai suoi ministri. E se non è accaduto, sarebbe urgente più che mai che accadesse.
Perché questo Abisso è stato ed è possibile anche a causa loro ed è indispensabile che se ne rendano una buona volta conto.

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