"Per meschina e povera che sia, ogni vita possiede istanti degni di eternità."
N.G.Davila
Respiro dentro e intorno a me un disperato bisogno di tornare alla felicità, quella eudaimonia che nell'antichità era tanto indispensabile indagare con rigore.
Come ci ha insegnato Epicuro nella splendida Lettera a Meneceo, che ho letto insieme alle mie quarte la scorsa settimana, occuparsi di felicità era necessario a tutte le età.
Scriveva Epicuro:
Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.
Ho chiesto ai miei allievi di scrivere sui mitici post-it cosa ci serve per la felicità.
Soldi e disponibilità economica sono state risposte fornite da un buon numero di loro, ma moltissime/i hanno dato enfasi alla comprensione, all'amore, alla salute, alla famiglia e all'amicizia come condizioni necessarie per essere felici.
Di atarassia e aponia, naturalmente, neanche a parlarne, ma del resto era la prima volta che sentivano questi termini e chissà che la loro prospettiva non possa mutare nei giorni a venire.
Banale dire che questi tempi di plastica che ci impongono ogni momento esasperati tentativi di esibire corpi perfetti, immagini "instagrammabili" e opinioni fulminee e accattivanti in grado di guadagnare facilmente like, istigano a considerare denaro, lusso e potere come vette desiderabili in sé e per sé.
Meno banale, però, magari è cercare come venire fuori da queste trite e ritrite considerazioni rassegnate e che spesso finiscono con il demonizzare soltanto i ggggiovani, quasi come se gli adulti fossero tutti anime belle e Nobel per la pace del mondo.
Leggere i pensieri degli esponenti dello stoicismo, dello scetticismo e dell'epicureismo può funzionare da straordinario correttivo della superficialità anagraficamente trasversale del nostro Occidente capitalista. E non solo per la straordinaria rilevanza data alla "prosochè", l'attenzione vigile al presente suggerita da molti autori stoici, né solamente per il celebre "láthe biósas" ("vivi nascosto") di Epicuro
che smaschera la pochezza di quella brama di emergere che è alla radice della società dello spettacolo in cui viviamo.
Le scuole ellenistiche ci permettono di affinare una sapiente rivalutazione dei piaceri, che andrebbero sapientemente considerati e, perciò, protetti dall'ingordigia perpetua contemporanea, che ci rende consumatori spaesati, distratti e anche colpevoli di alimentare un indegno, becero sistema che occulta persino genocidi per mantenere florido il mercato globale, a beneficio di pochi "signori".
Molte delle mete che ci prefiggiamo non sono possibili né sostenibili, mentre una vita sobria, concentrata nella cura autentica delle relazioni e nella liberazione dell'animo da affanni e preoccupazioni esagerati, potrebbe rivelarsi un atteggiamento di concreta saggezza, applicabile in molte fasi della nostra esistenza.
Ma oggi la felicità è ancora possibile?
Potrei affermare che non si può essere felici con un genocidio in corso, né con un mondo che sta stramazzando sotto il peso di un sistema economico vorace che ha bisogno di sfruttare, depredare, creare e mantenere atroci disuguaglianze.
Eppure devo ammettere di ritrovarmi ancora felicissima quando viaggio con la mia famiglia, quando sto insieme ai miei cari, quando mi lascio sbigottire da nuove minuscole esistenze celestiali - penso alla mia nipotina di quattro mesi! - che provano ad esprimersi con delicatezza e vivacità al tempo stesso intorno a me.
Sono molto, molto felice quando insegno e mi occupo delle mie figlie; quando riesco a mangiare poco e in modo sano e magari anche a fare un po' di stretching, sottraendo del tempo per me a giornate stracariche di impegni e servizi di cura dentro e fuori casa.
Torno felice quando leggo, quando riesco a dormire un po' di più o vedo un film, o quando mi concedo di ascoltare con abbandono la musica. E torno felice, anzi felicissima, quando vedo le mie amiche, o al limite le sento al telefono, mentre corro da qualche parte a sbrigare faccende di quotidiana sopravvivenza.
La felicità, questa benedetta condizione di pienezza e gratitudine per le piccole cose, che spetta a chi attraversa le giornate sentendosi appagata/o qui ed ora, non è un'esperienza solitaria. Nessuno si salva da solo. Come non si può ipotizzare una ricetta unica e universale per tutte/i (abbasso i guru!), nemmeno si può ritenere che la felicità coincida con l'autorealizzazione disinteressata del tutto alla comunità che ci ospita, al mondo che abitiamo.
"Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un'autentica vita umana sulla terra" ci ammoniva Hans Jonas quasi cinquant'anni fa.
Da questo punto di vista, gli effetti di una condotta morigerata, orientata al perseguimento dei piaceri- per dirla alla epicurea- catastematici, ossia stabili, che si provano quando ci limitiamo a soddisfare quei bisogni essenziali che consentono di condurre una vita buona, sono positivi anche per il pianeta.
E un consumo più responsabile di risorse anche digitali, che passa da boicottaggi dichiarati o astensioni non intenzionali, in realtà funge da unico freno possibile che il singolo può opporre allo strapotere delle Big Tech, vere padrone del nostro tempo.
Chiedersi con onestà se è proprio necessario cercare quella informazione ricorrendo all'intelligenza artificiale o se abbiamo davvero bisogno di un altro paio di scarpe, insomma, diventano tasselli di una postura di sapore ellenistico, che conserva la sua capacità di incidere ecologicamente nella realtà.
Felici sì, ma anche responsabili. O, forse, è proprio il caso di dire che si può tornare felici soltanto diventando- se ancora non lo si è o non lo si è abbastanza- responsabili nei confronti delle future generazioni. Chissà. In ogni caso, facile a dirsi, certo, ma estremamente complicato da tradurre in atto, senza compiere parecchie infrazioni al giorno.
Bisognerebbe probabilmente allenarsi quotidianamente per superare le ridicole dicotomie tra una felicità che si risolve nel darsi senza sbavature agli altri e una felicità che sconfini nell'egotismo esasperato.
La felicità esige delle piccole oasi di tranquillità in cui ricordare ciò che abbiamo sepolto, soppesare i pensieri intorno a chi abbiamo perduto, a chi non riusciamo più a capire, a chi vorremmo ci considerasse in maniera diversa, con un linguaggio che non patisca più la pesantezza della quotidianità, ma riesca a sublimare poeticamente i fardelli della routine.
La felicità penso sia autocontrollo, ma conservi in sé anche una sana follia; è un esercizio vitale e gioioso del corpo e dello spirito che va ripetuto senza sosta ogni giorno. E tornare felici, qualunque sia la nostra condizione adesso, è sempre possibile.
Si può tornare felici, come quando non c'erano pesi ma solo passioni, come quando si poteva rincorrere l'evasione per giornate intere senza sensi di colpa; come quando era persino bello sprofondare nell'angoscia per sezionare la propria miseria; come quando ci si convinceva di essere quasi dèi un attimo prima di sentirsi idioti, o come quando eravamo incompleti soltanto perché giovani (cit.), ma pretendevamo lo stesso di essere autarchici?
Si può tornare felici, come se Gaza esistesse ancora?
Non lo so, ma bisogna tornare a cercarla questa felicità.
Cogliere l'attimo, amare sempre di più e amare meglio, comprare di meno e comprare meglio, vivere lentamente, in controtendenza rispetto al ritmo imposto dalla società, godendo dei piaceri che ci rigenerano l'anima, almeno nei weekend e partecipare a molte più iniziative di solidarietà, che mi diano lezioni di umanità, speranza e resistenza: ecco i miei buoni propositi di ottobre.
Qualcosa che possa ancora dipendere da me e che, forse, potrà rallentare anche il declino.
Buona ricerca di felicità a tutte e a tutti voi.


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