"Mi piacerebbe, se possibile, leggere qualche poesia o
improvvisare qualche pensiero libero durante qualche camminata in qualcuna di
queste periferie (preferirei una zona vicino al mare, per esempio il Foro
italico all'altezza di Brancaccio sarebbe perfetto). Vorrei dire o leggere
qualcosa (ancora da scrivere) sulla bellezza distrutta della città e del suo
mare, sull'approdo negato al mare a uomini di mare, sulla presenza-assenza del
fiume Oreto alla sua foce, sulle macerie che resistono in una città che vive di
ricordi ed in cui le persone sono alimentate soltanto dalle speranze che quelle
macerie, in fondo, simboleggiano. Mi piacerebbe, se possibile, essere inserito
nel documentario in questo modo. Non so ancora se voglio intervistare persone;
mi piacerebbe di più dire qualcosa sullo sfondo delle macerie. Per ora mi
ispira molto lo scenario del fiume Oreto che mi sembra proprio la sintesi della
periferia di Palermo ed in assoluto. L'acqua che da qualche parte nasce libera,
che passa per strettoie, che viene sporcata, corrosa, derubata, insultata,
violentata e che, però, arriva, nonostante tutto, al mare, alla propria
liberazione. E' un'immagine di speranza: la speranza di persone che anche in
mezzo al degrado, alla rovina possono trovare una via d'uscita conservando un
frammento della propria bellezza originaria.
Stamattina pensavo ancora una volta a "La terra desolata" di Eliot. E' stata un'opera che, al tempo in cui la lessi, mi sconvolse. Sarebbe bello leggerne qualche pezzettino. Ma fondamentalmente, mi piacerebbe che tutti quanti noi andassimo a ruota libera. Oltre far parlare la gente, dobbiamo parlare noi in questo documentario. Parlare a ruota libera e far uscire le parole che portano vita alle rovine. La vita in mezzo alla rovina. La forza della vita, della libertà, dell'esistenza in mezzo alla rovina, alla morte, alla rassegnazione. L'acqua che scorre, che avanti e che non torna mai indietro alla fonte perchè sa che, in un modo o nell'altro, il senso di tutto è andare avanti e cercare un delta, verso la libertà."
"mi piacerebbe trovare le vecchie lettere che scrivevo io a
quindici anni sui miei dialoghi amorosi impossibili ed unilaterali, che nessuno
ha mai letto. Quelle notti insonni a scrivere e pensare, però, certi momenti mi
sembrano davvero un'oasi di tenerezza e di libertà. Quando il bambino era
bambino... ricordo questa parte del film ("Il cielo sopra Berlino", ndr) perchè era una delle mie preferite. A me invece piace non far svanire la fanciullezza; proprio ieri in motore pensavo
che sono giovane e questo è bellissimo. Non per il fatto in sé di essere
giovane e non essere vecchio ma per l'idea che, in realtà, ancora la mia vita è
aperta e non si è compiuta. Ancora posso ricominciare da zero e fare cose
nuove, sentirmi sempre vergine come quando ancora lo ero. A me piace l'idea di
rigenerarmi, di vivere diverse vite l'una diversa dall'altra anziché pensare
che iniziato un percorso quello seguirò. Quando il bambino era bambino pensava
sempre a tutto quello che sarebbe potuto accadere. In questo la scrittura è
stato ed è ancora il compagno migliore per parlare di quello che farò. La
scrittura, almeno quella, finora non mi ha mai tradito."
"Silvia... come al solito hai scritto diecimila cose
bellissime, io ti odio! (:-)) Non è possibile che tu abbia tutte queste idee
dentro il cervello e non le condividi con il mondo intero. Sei una terrorista,
forse l'avevo già detto. Io ti ringrazio di cuore per il tuo cuore e la tua
anima che mi danno sempre parole che pochi mi danno. Allora... in primo luogo,
la frase di Saramago è affissa nell'anta del mio armadio. Il viaggio continua,
continua sempre. Questo il punto di partenza. Per me la vita è un viaggio,
doloroso, tremendo, felice, esaltante e soprattutto libero, libero, libero in
tutte le sue forme. Il viaggiatore non si ferma mai. Per me, dunque, il
suicidio è una forma inaccettabile di critica alla vita ed al mondo. E qui
potremmo già parlare ore.... Ma devo essere sintetico, altrimenti io e te ci
perdiamo di casa, come dicono i sofisti veri. Mi vengono in mente queste cose,
vediamo. Non so se oggi ci siano più suicidi di prima, non posso dirlo.
Sicuramente però la nostra non è una società che esalta od appoggia i vivi.
Anzi la competizione si basa proprio sul principio opposto: in realtà, dentro
di me, tu che sei diverso o tu che mi sei nemico, devi morire. Voglio che non
esisti. Ho già scritto sulla società meccanica: è un processo di selezione terribile
perchè manca la logica dell'amore, dell'accoglienza, della solidarietà. Manca
l'uomo, esistono solo le macchine. Io invece cerco l'uomo e non mi interessa
che faccia o vestito porti. Io cerco l'uomo e non voglio che l'uomo muoia.
Voglio che l'uomo esista, sopravviva. Dobbiamo criticare ferocemente la nostra
società perchè è bravissima a creare mostri e non uomini. E vedo una
responsabilità enorme degli intellettuali, dei professori universitari che non
comprendono il senso della loro responsabilità e del loro ruolo. Loro
dovrebbero salvare il mondo e invece sono, per lo più, borghesi che si
incontrano ad un club esclusivo in cui parlando dell'ultimo libro letto dopo
l'ultimo viaggio in Normandia. In una sola parola: feccia, feccia da estirpare,
parassiti inutili che danneggiano il mondo. Non sono un filosofo, sono forse
uno storico, un analista, un sociologo, un antropologo o forse un artista ma
non sono un vero filosofo. Io vorrei distruggere la classe dirigente italiana
perchè noi oggi paghiamo le colpe dei padri. Il senso della vita
dell'intellettuale è uscire dalla stanza buia ed aprirsi al mondo. Il senso è
diffondere idee, far nascere sentimenti, propagare idee come bombe atomiche
nell'animo di persone senza strumenti. Il senso è creare consapevolezze,
istruire, aprire le menti. Il senso è creare umanità. Alla classe dirigente
italiana ciò non riguarda perchè sono invischiati e contaminati dal potere fino
alle ossa. Non devi vedere inutilità in quello che fai: studiare filosofia è
una grandissima forma rivoluzionaria ma non deve restare sterile. Devi andare
per il mondo e devi cambiarlo. Io non conosco Norman, non conosco Marco, non
conosco Patrick però penso che se qualcuno si toglie la vita forse ritiene
insopportabile il mondo in cui si trova. Ecco, conosco anche io l'accademia
palermitana e so il livello di nocività che è in grado di produrre sui giovani.
Non è solo colpa dei politici, non è solo Berlusconi. Non facciamo gli
ipocriti, non usiamo Norman come un vessillo per le nostre stronzate politiche.
La verità è più profonda: il sistema Italia non ama l'uomo, l'essere umano.
Esso ama solo il potere, in tutte le sue forme e quindi tutte articolazioni del
sistema sono finalizzate a produrre consenso e potere, anzichè a produrre forme
di creazione del benessere diffuso. Il fatto peggiore che capita però è proprio
quello delle università: quando le università non hanno altro scopo che creare
e condividere potere è la fine. Chi sono questi professori? Nel '68 dove si
trovavano? Il '68 è stata una rivoluzione di figli di borghesi, ha ragione
Pasolini. Ha sempre ragione lui. E' un mito di borghesi, di figli di papà. Quei
rivoluzionari oggi sono al potere e fanno come i padri o persino peggio. Però
ti dico: non facciamoci abbattere ed amiamo la vita nel suo senso più elevato,
come forma di rivoluzione e di ribellione. L'anticonformismo più alto, la forma
di libertà più profonda nella società meccanica è l'ode alla vita come
ribellione al nichilismo, che è solo lo strumento dei potenti per eliminare i
più deboli."
GR, commentando una mia molesta nota che trattava il tema del suicidio
Per i curiosi, cliccate qui per capire Di chi sto parlando...
Caro G, nel caos che non sono ancora riuscita dopo sette anni a districare del tutto, spesso riesco a sentirti come se fossi ancora vivo.
Non ho mai accettato e realizzato la tua scomparsa.
Avevamo milioni di discorsi da fare insieme e solamente
un'anima nobile come la tua avrebbe potuto esprimersi con pacata lucidità ed
intensa sensibilità sulle questioni più dolorose dell'esistenza, della società
e della politica attuale.
Manchi molto, moltissimo.
Le nostre corrispondenze potrebbero mostrare che uomo eccezionale eri e almeno ogni 18 febbraio vorrei gridare al mondo quanto è stato un dono
immenso poterti conoscere e quanto sia stato prezioso esserti amica.
Ma forse sarebbe una prova di narcisismo più che di eredità di affetti da mantenere in vita.
Il dolore vero lo provano da sette anni tutti i giorni i tuoi familiari e i tuoi carissimi amici che difficilmente potranno trarre consolazione da un post come questo, o dalla condivisione di tue foto nei social in pose che non so quanto avresti gradito ricordare.
La morte è la fine di un mondo che costringe chi resta a portarne i frammenti, ripensarli, custodirli dall'oblio, scegliendo al tempo stesso in che modo portare avanti questo impegno di cura.
Io so che il bene che ci siamo voluti è stato profondo e raro. E so che esserci perduti di vista gli ultimi anni in cui eri in vita avrebbe dovuto insegnarmi a stare al riparo per sempre dalle mie resistenze agli incontri con gli altri, per non avere possibili rimpianti.
Ma la natura umana si modifica molto di rado, Giovanni caro. E forse è proprio quella refrattarietà che mi fa sembrare ancora integra l'anima che ti conobbe e si beò della tua mirabile compagnia. Proprio perché resistiamo in qualche misura al cambiamento possiamo non dimenticare, possiamo non dimenticarci.
E tu? Dove sei? Quale dimensione ha raggiunto la tua anima? Puoi vegliare su
Lorenzo? Puoi amare ancora tua moglie e i tuoi cari?
Dove sei sparito, amico mio?
Quante cose orrende ti sei risparmiato. Dalla pandemia a
Trump, dalla guerra in Ucraina al genocidio in corso a Gaza, che probabilmente
segna il grado più basso a cui saremmo mai potuti giungere.
La violenza è incontrollabile e di quella fame di umano che
avevi tu si trovano ben poche tracce in giro. Si risulta ancora più di ieri
pedanti ed ottusi nel fare discorsi di questo genere. Tutto viene fagocitato
nel tritacarne virtuale ed attuare una vera resistenza sembra sempre più
utopico.
Ci siamo infiacchiti, siamo disillusi e ormai in attesa che
si compia la fine.
Solamente quando sono con mio marito, con le mie figlie, i miei cari o
sono in classe, che stia spiegando Socrate, la crisi del Trecento, Cartesio, la rivoluzione americana, quella russa o il mio amato Marx, risveglio la mia forza viva e non mi sento più uno stereotipo
borghese, ma un vettore di qualcosa che forse non è da buttare.
Non sappiamo come andrà a finire, ma tutto sembra spingere verso direzioni decisamente diverse da quelle che vivevamo quindici anni fa, pieni di sogni e bellezza da condividere insieme ai nostri buoni amici.
Ormai con loro non riusciamo a vederci nemmeno durante le vacanze di Natale, ci stiamo completamente perdendo di vista e questo certamente non ti sarebbe piaciuto.
La società si è meccanizzata a ritmi sempre più inarrestabili.
Ma la vita, la vita vera, avevi- come sempre- ragione, è altrove.
In questa ci hai lasciato decisamente troppo presto e parlare di te, non solamente dentro di noi, probabilmente sarebbe il modo più onesto per mantenerti ancora in vita.
So che comprenderai, però, anche il prolungato silenzio nato dal dolore, il riserbo, la voglia di non mettere in vetrina pezzi di te per esibire quanto fosse bello il nostro legame di amicizia.
In un modo invisibile, discreto e, pertanto, piuttosto inattuale abiti in me.
E anche se non organizzerò probabilmente mai una visione con i "periferici" per provare a realizzare ciò che avevi in mente e rimane sempre assai interessante e condivisibile, ogni 18 febbraio lascio uno spiraglio alle lacrime ascoltando "evito la forma" , sentendomi vuota e sconcertata dall'ingordigia della Morte.
"Tra tutti quelli che potevi essere non devi rimanere dispiaciuto se sei rimasto in gara solamente tu con tutto quello che sei diventato nei giorni, minuti e secondi, secondi che scacciano gli altri secondi"
Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
José Saramago

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