CRONACHE DALLA FRONTIERA SCOLASTICA/ LA SCUOLA E LA VIOLENZA

 



Alla luce del tragico episodio di venerdì 16 gennaio, avvenuto all’Istituto Einaudi Chiodo di La Spezia, e raccogliendo l’invito alla riflessione contenuto in un’ammirevole circolare del mio istituto, questa mattina ho proposto a una mia terza liceo un’attività di MLTV in circle time sul rapporto tra scuola e violenza.

Abbiamo parlato di Abanoud Youssef, di Zouhair Atif, dell’inutilità del movente e del malessere diffuso che attraversa la società contemporanea. 

La classe è stata coinvolta in un lavoro di riflessione e verbalizzazione delle emozioni, reso possibile sia dalla metodologia MLTV (Making Learning and Thinking Visible), appresa durante l’anno di prova grazie alla mia formidabile tutor Chiara, sia dall’utilizzo dell’assetto circolare, cui ricorro sempre più spesso e che è stata, ancora una volta, in buona parte Chiara a ispirarmi.

Gli studenti, disposti in cerchio, hanno ragionato sui significati della scuola e della violenza, provando infine a formulare suggerimenti concreti su ciò che l’istituzione scolastica può fare per contenerla.

Dopo aver stravolto il setting consueto, ho distribuito a ciascuno dei post-it su cui scrivere la prima parola venuta in mente in relazione alla SCUOLA. Raccolti i contributi alla lavagna, ho dedicato due minuti a una breve “lezioncina” sull’origine etimologica del termine scholé, tempo libero, e sulle trasformazioni avviate a partire dalla fine degli anni Novanta, che hanno progressivamente avvicinato la scuola a un’azienda più che a un luogo in cui coltivare, senza ansia, il piacere della conoscenza.

Per loro la scuola è:
istruzione, educazione, diritto, obbligo, prigione, esaurimento, stressante, comunità, crescita, impegno, studio, costanza, dedizione, futuro, sonno (!).

Nel secondo step, nuovo giro di post-it e scrittura immediata del significato di VIOLENZA.

La violenza, per loro, è:
silenziosa, psicologica, pericolo, incoscienza, ingiusta, reazione, verbale, prigionia, rischio, dolore, aggressione, insultare, insignificante, pistola, conseguenze, Palermo.

Abbiamo quindi provato a intrecciare le diverse percezioni, partendo ancora una volta dall’etimologia: vis, dal greco bía, forza. A fronte delle molteplici accezioni e origini del fenomeno, molti hanno ammesso che oggi la violenza appaia più incombente che mai. Alcuni ritengono che sia soprattutto amplificata dall’accesso costante alle notizie; altri che sia proprio la tecnologia a incrementare comportamenti violenti, abituando a una comunicazione priva di filtri e di empatia (ho parlato con loro anche dell'ipocognitivismo, primo responsabile secondo molti della violenza, perché quando pensi poco e conosci poche parole ricorri con meno facilità a stratagemmi verbali per gestire situazioni conflittuali).

Tra i tasselli del mosaico, abbiamo isolato anche la responsabilità della scuola, che in un cartello dei familiari di Abanoud viene definita addirittura “complice” della tragedia.


Per il terzo e ultimo giro di post-it ho chiesto di scrivere una frase-proposta, una possibile soluzione che la scuola può adottare per limitare la violenza.

Le risposte sono state:
Ascoltare gli studenti; trattare più spesso temi di questo genere e di primo soccorso; gestire i conflitti tramite la mediazione di un adulto; parlare di più con i ragazzi cercando di aiutare, ascoltando e non giudicando; la vera forza è scegliere il dialogo e il rispetto; far riflettere sul valore della vita; maggiore consapevolezza degli insegnanti; aumentare le ore di educazione civica portando fatti di cronaca; non imporre le stesse cose a persone diverse; mettere a disposizione uno psicologo; fare più attività sociali; creare un ambiente sereno e non oppressivo.



C’è stato anche un “mettere il metal detector all’entrata”. Ma, per fortuna, non lo ha detto un ministro dell’Istruzione, bensì un ragazzo di sedici anni, che ha il diritto di ignorare come persino negli Stati Uniti, dove tali dispositivi sono stati introdotti progressivamente dagli anni Ottanta, non abbiano funzionato da deterrente alle stragi scolastiche.

In generale, gli studenti sanno che la scuola può fare molto, anzi moltissimo, intercettando il disagio prima che esploda. Ma può farlo solo se si rifiuta di trattare i ragazzi come fasci di funzioni da spremere con valutazioni continue e progetti estenuanti - non sempre edificanti - e torni a considerarli esseri umani, titolari di diritti, bisogni e desideri. Adolescenti che vivono una fase decisiva e tumultuosa per la costruzione della propria identità, che non può essere ridotta a un numero.

Ogni adolescente è un volto, un cuore, un modo di essere irriducibile. Non chiede di essere giudicato o etichettato, ma di imparare a stare al mondo nel modo più felice possibile, senza respirare un clima oppressivo di controllo perpetuo.

Il dialogo tra studenti, insegnanti e altre figure che aiuti a risolvere i litigi in modo pacifico potrebbe essere la rivoluzione”, ha scritto questa mattina un mio alunno.


E allora, cari adulti, la rivoluzione adesso tocca farla a noi.

Ad maiora.

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