DEMOCRAZIA E CAPITALE/1

Quanto tempo libero e quanti diritti, anche in democrazia, vengono mortificati in nome del profitto?  

Volevo scrivervi un post per spiegarvi come negli ultimi mesi sia stata dentro una bolla iperproduttiva (di lezioni, progetti, consigli di classe, incontri "in acronimo"- GLO, pdp e chi più ne ha e più ne metta- ricevimenti, scadenze etc.) che mi ha impedito ogni tipo di evasione, incluso il blog. 

Valencia vista dal Miguelete

Dopo settimane intere in cui sono stata a scuola mattina e pomeriggio senza fermarmi, con familiari non curati come vorrei e gli amici quasi mai più visti, sono riuscita a respirare di nuovo per 48 ore benedette solamente a Valencia. 

Durante la parentesi dorata con mio marito, ho ammirato la città, vedendo il suo bellissimo centro, la Cattedrale e il Santo Graal, salendo 207 gradini della Torre del Miguelete, visitando il Mercato centrale e l'Oceanografico, mentre c'era la maratona con 30mila partecipanti (!) e ho persino finalmente quasi completato sull'aereo un libro splendido, tenuto sul comodino per mesi, senza riuscire ad andare mio malgrado oltre le prime pagine. 

Capolavoro irrinunciabile per chiunque voglia attraversare un po' dell'antichissimo dolore palestinese

Vorrei fare tesoro delle passeggiate lunghissime (45 km in due giorni) con il naso all'insù per strade straniere, del privilegio raro di chi può sospendere ogni affanno e perdersi a perdifiato in una dimensione europea di osservazione allegra e vivace, respirando un'atmosfera natalizia straordinaria e la cura degli spazi pubblici, che qui a Palermo, purtroppo, è ancora lungi dall' attecchire.

Prima di ritornare nel vortice da cui mi sottrarrò di nuovo durante le imminenti- per fortuna!- vacanze, getto rapidamente allora alcune riflessioni.

Non è la prima volta che mi esprimo intorno alla produzione smisurata dell'era tarda-capitalista e sull'infelicità - sia pure inconfessabile e mascherata da luccicanti apparenze di beatitudine- che le corse forsennate a ritmi non umani producono nei contemporanei occidentali di ogni età.

Nella nostra "società della stanchezza", accettiamo con rassegnazione il fatto di non poterci concedere momenti vuoti e anti produttivi, per occuparci di questioni e attività che esulino dalla sfera lavorativa.

 Ciò che non genera profitto, infatti, risulta trascurabile, se non da scartare con decisione come deprecabile possibilità.  E il riposo stesso, tutto sommato, può essere ritenuto secondario. Chi dorme non piglia pesci. 

Delizioso libretto regalatomi da un'amica quest'estate

I segni della sottrazione del Capitale sul nostro corpo sono fin troppo evidenti e numerosi perché possa elencarli tutti: fatica, grigiore, sguardi spenti, schiene ricurve, ansia, attacchi di panico e tic nervosi, che non vengono scongiurati da digiuni intermittenti e nemmeno da sedute di pilates. E non parliamo delle patologie più preoccupanti, come le dipendenze, i disturbi alimentari, depressioni e malesseri più invasivi che rendono il corpo un nemico inquieto, non un alleato benevolo e men che mai un protagonista caparbio nella ricerca della felicità.

L'era tardo-capitalista, insomma, non ci vuole mica tanto sani e longevi, eh? 

E questo proprio mentre risulta martellante e permanente la pubblicità per visi senza rughe e corpi sempre tonici e asciutti anche a settantacinque anni. 

Il risultato è una diffusa sensazione di smarrimento e inadeguatezza vissuta dalla classe lavoratrice, che, più che curarsi con costanza, misura e saggezza, va cedendo, si sgretola, non si preserva, ignora le priorità della Salute e si barcamena alla meno peggio per giungere sfinita al termine di giornate fitte di maledetti impegni, tutti imprescindibili, tutti improrogabili, ma difficilmente rigeneranti.

 Di squilibrio in squilibrio, i nostri corpi vagano convulsi perdendo pezzi e forza, per cui che le cellule a un certo punto impazziscano è il minimo che possa accadere.

Meno chiari, però, i segni delle offese del Capitale appaiono sul piano dei diritti civili e sociali, che anche in democrazia sembrano essere messi a rischio dalla rincorsa affannosa del denaro.

La conquista sacrosanta dei diritti inviolabili pare, molto, troppo spesso, sia stata dimenticata. 

Probabilmente ormai ci siamo assuefatti a una democrazia solo formale, che riconosciamo a parole ma smarriamo nei fatti. Perché i diritti non scompaiono all’improvviso, non vengono strappati in un giorno, si consumano piano piano, un po' alla volta, mentre siamo distratti da mille scadenze e ci sembra normale considerare tutto ciò che non produce reddito come un lusso da rimandare.

E così, quasi senza accorgercene, rinunciamo al diritto al tempo, al silenzio, all’ozio creativo, alla cura di sé e degli altri. Rinunciamo alla possibilità di dire “basta”, di fermarci. Rinunciamo a una telefonata, rinunciamo a un caffè, rinunciamo alla parte più fragile e preziosa della nostra umanità, quella che procede senza finalità economiche, nutrendosi di lentezza, di relazioni, di rinvii, di pause.

I diritti civili e sociali richiedono tutela, vigilanza, difesa continua, invece ormai sono per tanti, troppi di noi delle nozioni astratte: il diritto alla salute è ridotto a slogan, il diritto al lavoro è trasformato nella richiesta di produttività illimitata, il diritto alla famiglia viene sacrificato a orari e turni impossibili, il diritto all’istruzione schiacciato dal dover fare tutto, sempre, a ogni costo, per competere ed essere sempre performanti.

Ognuno corre da solo e nessuno ha davvero tempo per nessuno. E l'equilibrio risulta una chimera.

Siamo tutte e tutti pedine di un Capitale che non si accontenta mai: divora ore, energie, spazi, fino a far scomparire la consapevolezza che ogni diritto necessita di tempo per essere esercitato. 

Vorremmo tutte e tutti tempo per vivere, ma conosciamo da decenni soltanto quello per produrre.

E allora mi chiedo: che cosa resta della libertà, se non abbiamo più il margine per usarla? Che cosa resta dell’uguaglianza, se la possibilità stessa di riposare diventa un privilegio? Che cosa resta della dignità, quando ci sentiamo in colpa perfino per il bisogno naturale di fermarci?

Il paradosso è che continuiamo a chiamare tutto questo “normalità”.

Eppure basta poco - come una fuga a Valencia - per ricordarci che la vita è altrove, che la felicità non risiede nella corsa ma nella capacità di rallentare, di recuperare il diritto a esistere pienamente.

Forse il compito che ci attende e auguro a tutte e tutti noi è proprio questo: reimparare a difendere il nostro tempo, a trattarlo come bene comune, come atto politico prima ancora che personale.

 Perché senza tempo libero, senza pause, senza respiro, non c’è democrazia che possa davvero dirsi tale. E, sebbene non si sia rivelata finora come il migliore dei mondi possibili, rinunciare alla democrazia è sicuramente il preludio per uno dei mondi peggiori.

 Ritorno presto con altre banalità sull'argomento. 

Ad maiora!
















Pesce Napoleone





























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