IL BENE SI RIFUGIA NEL BELLO? parte 1

 

"La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.", articolo 9 della Costituzione italiana.



A due mesi di ripresa dell'anno scolastico è giunto il momento di riaggiornare la pagina del blog dedicata a quella che, con sincero affetto, ho definito la frontiera scolastica.

Quest'anno la mia frontiera è esclusivamente l'Ascione, istituto che si distingue per la ricchissima offerta di progetti di valore in vari ambiti, che consentono ad alunni e a docenti di vivere esperienze realmente educative, trasformative e davvero capaci di allargare il proprio orizzonte per fonderlo con quello di altri.

Stare dietro a tutte le proposte non è facile e la stanchezza spesso prende il sopravvento, ma mi sento piena di gratitudine ed entusiasmo per quello che ho vissuto nelle ultime settimane.

Scelgo di raccontare brevemente solo del progetto multidisciplinare "Il bene si rifugia nel bello" che ho cominciato a ideare alla fine dell'anno scorso, quando domandai alle mie allieve e ai miei allievi di effettuare un unico compito delle vacanze: un'intervista ad alcuni familiari, amici o sconosciuti su cosa fosse la bellezza, includendo anche la loro risposta personale, oltre a tre foto, raffiguranti un esempio di bellezza naturale, uno di bellezza artistica e un esempio di qualcosa di brutto (che non fosse il volto del compagno).

Il progetto “ il bene si rifugia nel bello” (citazione tratta dal Filebo di Platone) nasce dalla convinzione che ci troviamo- da decenni, a dirla tutta- in piena emergenza bruttezza, nel senso che la Bellezza, sacra, inviolata e inviolabile, sembra essere sparita dal nostro orizzonte di cura, con conseguenze drammatiche forse soprattutto sul piano sociale.

Che cos’è la bellezza?

È qualcosa che vedo, che sento, che ascolto, che tocco? Qualcosa, insomma, che percepisco con i sensi, o con gli occhi della mente? La posso definire? La posso acciuffare? Posso dire “è questa, l’ho trovata”  e non cercarla più, o è qualcosa che, quando ho capito vagamente cosa sia, mi costringe a cercarla ancora in esempi che hanno qualcosa in comune con essa?

Che cos’è la bellezza? Un mistero? Un incanto? Una sensazione di pace, gratificazione?

Rinuncio a una risposta univoca. Eppure, anche se di impossibile definizione, la bellezza è certamente qualcosa che fa bene. Chiunque  cambia il suo modo di stare al mondo se è circondato dalla bellezza.

La bellezza riconnette con una dimensione che stiamo rischiando totalmente di perdere, sopraffatti come siamo dal dovere, dalla performance, dalla scadenza, dall'assillo perpetuo in ogni momento delle nostre vite occidentali di adulti e non.

 Ogni esperienza estetica è sempre estatica, conduce fuori dai ristretti orizzonti personali, frantuma le pareti rigide della propria interiorità per lasciar scrutare un'universalità in cui trovare riposo e dare senso all'esistenza, che non è fatta per obbedire ad algoritmi e ordini, ma per indagare, stupirsi, scoprire miseria e grandezza dell'animo umano.

La connessione fortissima tra kalòs (bello) e agathòn (buono) secondo quell'ideale di fusione di beltà e grandezza d'animo che per i Greci era la kalokagathìa, non è roba da nostalgici conservatori. Perché se non salva il mondo, la bellezza di certo salva il proprio universo interiore.

Già prima di Dostoevskij, la bellezza risultava anche per Kant comunque necessaria per una vita degna di essere vissuta. La bellezza, prima di tutto, è allora, come dice Danilo Maniscalco, un diritto a cui nessun essere umano dovrebbe mai rinunciare, pena mortificare la sua anima e rendersi, a conti fatti, infelice, abbrutito perché imbruttito, afflosciato e senza più uno slancio determinato e convinto a rimanere sulla via di questo affascinante mistero che sempre gli uomini hanno provato a sfidare, sentendo l’esigenza di esprimersi e lasciare tracce non soltanto per dire “ci sono stato” (in fondo, bastava una linea) ma “guarda quanta bellezza sono in grado di creare”, perché creando, di fatto, è come se cancellassi per un attimo la distanza dagli dei e annullassi la mia mortalità, la mia imperfezione, la mia condanna a essere finito, mortale, stentato e del tutto trascurabile. 

Con la bellezza, invece, inseguendo una goccia di splendore - direbbe Fabrizio De Andrè- noi diventiamo divini.

Dobbiamo rivendicare, allora, il diritto alla bellezza di tutti!

In questo senso, il libro di Danilo Maniscalco mi è parso fin dal titolo subito fondamentale. Conosco Danilo da una vita e l’ho già coinvolto in più progetti quando eravamo più giovani, come Dissonanze urbane, un progetto sulle periferie palermitane- divenuto poi associazione-, che aveva l’ambizione di costruire, a partire da quelle zone con lo stigma del disagio e del degrado, quindi anche del “brutto”, dei percorsi conoscitivi in compagnia di un gruppo eterogeneo di giovani universitari.

 Attratta da questo enigma filosofico da parecchio tempo, ho scelto perciò di lanciarmi di nuovo a capofitto sulla questione, fiutando che potesse essere giunto finalmente il momento di riprendere contatti con chi su questo argomento sta dedicando energie quotidianamente da anni. Danilo Maniscalco, infatti, è quasi riduttivo dire che sia architetto, storico dell'arte, artista egli stesso, curatore di mostre e professore, perché è ormai un punto di riferimento nella vita culturale palermitana, nonché autore de "Il diritto alla bellezza".

Ai primi di settembre,  ho chiamato Danilo per domandargli se fosse disposto a presentare a scuola il suo libro che avevo letto quest'estate e aveva stimolato moltissime riflessioni che già speravo di condividere con le mie classi. Per fortuna Danilo, che normalmente ha un'agenda pienissima, era ancora disponibile e ha accettato, così martedì 21 ottobre è venuto a dialogare intorno alla bellezza con le ragazze e i ragazzi dell'Ascione.


L'incontro è andato meglio di ogni possibile previsione. 

I ragazzi non erano del tutto impreparati perché avevamo lavorato su una selezione di brani del testo, in cui l'autore conduce un percorso che parte dalla distinzione tra bellezza attiva e bellezza passiva, per passare dal concetto di bellezza sociale e, seguendo il mantra del “chi conosce riconosce”, insiste sulla dimensione identitaria che crea la bellezza, per arrivare a prospettare una vera e propria "pedagogia della bellezza" e la necessità di cambiare il paradigma attuale, perché “senza educazione alla bellezza non esiste comunità”.

Queste pregevoli tematiche sono diventate argomento vivo di discussione in un dibattito che ha visto l’autore dialogare per più di due ore- senza mai una pausa!- in maniera dinamica e coinvolgente con una platea di adolescenti.
Le ragazze e i ragazzi si sono ritrovati quasi sorpresi dall’affabilità, disponibilità e capacità di entrare con disinvoltura nelle questioni mostrate dall'autore Maniscalco, che è riuscito a rispondere ai loro quesiti empaticamente, attingendo in maniera concreta e pragmatica da esempi tratti dalla loro vita, così da accorciare le distanze tra generazioni e mantenere sempre viva la loro attenzione.
L’assetto non “cattedratico” è stata una scelta vincente.
Non c’è stata nemmeno per un attimo l’impressione di ritrovarsi a un noioso dibattito che consente di perdere qualche ora di lezione, ma c’è stato trasporto sincero e interesse palpabile, segno che, quando ci sono ottima preparazione e intramontabile passione- e l’autore ne ha da vendere dell’una e dell’altra!- la bellezza può davvero salvare il mondo.

Rimane ancora da chiarire a chi si rivolgeva Dostoevskij: soltanto a quei bravi borghesi capaci di comprendere senza difficoltà un testo, fare collegamenti con grandi autori del passato o riconoscere la mano dell’artista di un quadro e trarre le dovute ispirazioni? Ai colti, a coloro che hanno opportunità o a tutta l’umanità?

Questo è qualcosa che mi ha sempre angosciato perché io penso davvero come Danilo che forse non occorra più chiedersi se la bellezza possa salvare il mondo, ma "cosa può farlo se non essa?".

E questo libro per i miei liceali a cui manca l’ora di storia dell’arte- mancanza che riguarda la maggior parte della scuola italiana ed è una tara che ci portiamo avanti dall'impostazione terribilmente elitaria gentiliana, e che pesa come non mai, specie in un paese che potrebbe vivere esclusivamente di cura del suo immenso patrimonio artistico- si è rivelato oltremodo fondamentale. 

Continuerò a sensibilizzare le ragazze e i ragazzi ad aprire gli occhi, diventare osservatori attenti di bellezza, delle sentinelle del posto in cui abitano, delle strade che attraversano, dei quartieri in cui vivono per pretendere che ci siano bellezza, ordine e cura, laddove non ci sono.

“Uno spazio bello e decoroso infatti, incide positivamente sulla crescita, sul benessere e lo scorrere pregevole delle nostre vite, per converso, uno spazio brutto e sporco divora preziose energie personali e collettive.”, D.Maniscalco, Il diritto alla bellezza, p. 17

Domani andremo agli Stati Generali sulla Bellezza al teatro Massimo e prossimamente spero di riuscire a lasciare qui una relazione di quanto appreso in quella meraviglia di Basile, sul cui frontone campeggia il motto a mio avviso più efficace di tutti per rivendicare la parentela tra etica ed estetica:

L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire“.

È per preparare quell’avvenire e consentire alle future generazioni di apprezzare anche il diletto con maggiore profondità che noi educatori vorremmo esortare le nostre fanciulle e i nostri fanciulli a uscire dal torpore della cecità che ci fa arrendere al brutto e a rimanere, invece, con la schiena dritta e la salda convinzione che nient’altro possa salvare il mondo, promuovere pace e arginare la violenza se non una pedagogia della bellezza.

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