7 OTTOBRE


 Il 7 ottobre è l'anniversario di un evento tragico che va stigmatizzato oggi come allora: il barbaro massacro da parte di Hamas di poveri 1175 innocenti israeliane e israeliani e la detenzione di molti ostaggi ancora non liberati (né da una parte, né dall'altra).

Il 7 ottobre Hamas ha finito con il fare il gioco di Netanyahu (“Nessuna pressione internazionale ci impedirà di operare con piena forza contro una organizzazione terroristica che invoca la nostra distruzione”, cit) fornendogli il pretesto perfetto per condannare migliaia e migliaia di innocenti a vivere un inferno i cui contorni sono andati a delinearsi in questi due anni in maniera spaventosa, toccando fondi sempre più ignobili che nessun essere umano, nessun essere vivente dovrebbe mai conoscere.
Il 7 ottobre è il giorno della nostra colpevolezza collettiva, in cui in pochi avevano compreso come non ci trovassimo davanti a un evento inatteso che, invece, ha colto quasi del tutto impreparati e ignoranti i più.
Il 7 ottobre 2023 confesso fossi un po' distratta perché mi sarei sposata una settimana dopo, ma ad ottobre stesso non ho avuto più alibi per non aprire gli occhi e fare finalmente i conti con la mia colpevole ignoranza. Così, non dimentico che a manifestare per la causa palestinese e a cercare di dire le cose come stavano e stanno (ge-no-ci-dio!) non erano che pochi, pochissimi, quasi sempre derisi, isolati, censurati, demonizzati, che fossero sul palco di Sanremo o su qualche testata giornalistica, perché la stragrande maggioranza appoggiava Israele, interpretando la politica sionista di Netanyahu come legittima difesa all'ignobile attacco del 7 ottobre.
Il 7 ottobre, quindi, è stato lungamente usato per autorizzare ogni violenza e ogni crimine compiuta da Israele, anche fuori da qualunque regola elementare che persino in stato di guerra si deve rispettare, perché a Gaza Israele ha iniziato a bombardare scuole, ospedali e ambulanze, uccidendo bambini senza alcuna preoccupazione, già a partire da quello stesso nefasto ottobre 2023.
Il 7 ottobre non è certamente resistenza, ma neppure la causa improvvisa di un conflitto arabo-israeliano.
Il 7 ottobre è la data che segna il riaccendersi esplosivo di una lunghissima, atroce guerra ai corpi e alle proprietà, ai diritti e alla terra; una guerra che intreccia motivi di fanatismo ideologico a interessi di natura capitalistica, tale da farmi pensare che CAPITALSIONISMO potrebbe essere forse un termine utile a descrivere l'origine del genocidio compiuto a Gaza.
Per decenni il governo di Netanyahu si è contraddistinto per ben scarsa morbidezza nei riguardi dei palestinesi. E noi non avremmo dovuto scoprirlo ad ottobre 2023, ma avevamo troppi pregiudizi che ci impedivano di comprenderlo.
Quando ormai una dozzina d'anni fa, mio marito Giovanni si accendeva con discorsi contro il sionismo, argomento che lo appassionava da molti anni, ammetto che anch'io lo sfotticchiavo dandogli dell'antisemita (causando una sua veemente, più che legittima, indignazione). Io, proprio io che oggi insegno storia, ma che, deformata dall'interesse più per la filosofia, non avevo dato il giusto risalto a una questione cruciale che determina il ribollire ciclico di tensioni in Medio Oriente, con ripercussioni mondiali che impediscono a chiunque di potersi ritenere non coinvolto.
Siamo cresciuti modellando il nostro concetto di umanità in contrapposizione all'abiezione completa raggiunta nei campi di concentramento e l'Olocausto è stata la ferita percepita da ogni occidentale come la più dolorosa, straziante e insanabile, che ci sforzavamo di rivivere per non dimenticare, perché non si ripetesse mai più niente di simile al mondo.

Il 7 ottobre è soprattutto una data in cui ciascuna/o fa i conti con quanto ha capito e realizzato, con che posizione ha avuto negli ultimi due anni, i primi nella storia in cui assistiamo a un genocidio in diretta.
A me ha salvato Edward Said, che aveva capito già tutto molti anni fa, quando ad esempio nel 1992 scriveva ne "La questione palestinese":
" Per lo stato ebraico i palestinesi o sono dei "terroristi" oppure dei semplici dati essenzialmente non politici (perché non ebrei) che emergono dalle statistiche o, infine, sudditi docili e utili. Tra questi ultimi i circa 80mila pendolari palestinesi provenienti da Gaza o dalla Cisgiordania che soddisfano le necessità del mercato del lavoro israeliano, anche se si tratta di posti di bassa manovalanza da "tagliatori di legna e portatori d'acqua".
L'aggettivo "arabo" nel linguaggio corrente israeliano è così sinonimo di sporco, stupido e incompetente. Ogni altro paese responsabile di questo tipo di sfruttamento- apertamente basato sulla discriminazione razziale- verrebbe universalmente condannato dall'Occidente democratico e liberal, ma trattandosi di Israele, non solo viene assolto, ma persino portato come esempio.
Com'è possibile tutto ciò? La risposta è semplice. Lo stato ebraico è riuscito a chiudere i suoi occhi e quelli del mondo su ciò che è stato fatti ai palestinesi.
Ancor più grave è il fatto che un'intera falange di intellettuali e pensatori occidentali (per esempio quelle figure di spicco che si schierarono con Israele quando l'Unesco la condannò per le iniziative prese a Gerusalemme) esalta imprese i cui dati oscuri, in termini nazionali e umani, hanno rovinato l'esistenza di un intero popolo."

Manifestare la propria vicinanza al popolo palestinese non equivaleva allora, non equivale oggi e mai equivarrà alla propaganda terrorista o filoterrorista.
Esattamente come esprimere critiche al governo sionista non equivaleva ieri, non equivale oggi e mai equivarrà alla propaganda antisemita.
Sta vincendo la pace colonialista, la pace come cancellazione del diritto di un popolo ad autodeterminarsi e mantenersi in vita.
La storia insegna come non abbia alcun pudore nel ripetersi anche nelle sue manifestazioni più degradanti, turpi, disumane.
E non tutelati più da alcun diritto internazionale "che vale fino a un certo punto", chi esclude che potremmo essere i prossimi a subire la violenza di furiosi criminali assetati di potere?
Riconoscere lo Stato di Palestina non è più una possibilità, ma un dovere.



Commenti