MASSA E' POTERE. Considerazioni di una scioperata mancata


Quando alle 10 ho varcato il cancello di scuola stamattina, mi sarei voluta sputare in faccia.

Mi sono sentita vigliacca, inutile, profondamente delusa dalla mia scelta. Tutt'ora mi ci sento. Sapevo di dovere essere per strada, insieme a tutta quella città che sente come me l'urgenza di esprimere la totale disapprovazione per quanto accade. Sapevo che si devono mantenere accesi i riflettori sul genocidio a Gaza, diventato finalmente, sia pur tardivamente, oggetto di interesse vivo e tormentato da parte di moltissima società civile. 

Ma ieri ero tornata da un'intensa giornata scolastica sentendomi molto male, con un mal di testa continuo e, anche perché confusa dal malessere, ho pensato, non senza vergogna, che in effetti un altro decurtamento di stipendio sarebbe stato meglio evitarlo. Quanta meschinità. 

Poiché, imbottita di tachipirina, stamattina mi sentivo ancora male, ho scartato definitivamente l'idea di aderire allo sciopero perché non avevo le forze per fronteggiare un corteo.

E, tuttavia, ne avevo a sufficienza per andare a scuola, dove sapevo che avrei cercato di parlare di Gaza, della Flotilla, dell'impegno, della coscienza civica, della deriva autocratica in corso, della necessità di rompere il muro dell'indifferenza dei nostri politici davanti al genocidio e all'infrangimento del diritto internazionale da parte di Israele.

Così è stato. E ripensandoci ora, cercando di perdonarmi per la pusillanimità mostrata oggi, devo dire che non è stato del tutto sbagliato entrare a scuola, anzi, forse per me è stato indispensabile per aprire e riaprire gli occhi su tante cose

I "giovani" sono un'etichetta appiccicata sopra differenze insormontabili e la generalizzazione genera quasi sempre interpretazioni mostruose che finiscono con il soffocare e pesare su chi non si riconosce affatto nell'astratta definizione. Questo è un presupposto banale quanto necessario per spiegare come parlando con le mie alunne e i miei alunni di questioni che reputo cruciali siano state differenti le reazioni che ho raccolto.

Le sintetizzerò in tre punti per cercare di non essere dispersiva. Tenete conto che le classi intervistate sono due, l'età media è 17 anni, hanno parlato quasi tutte/i, ma il discorso ovviamente andrebbe approfondito e occorrerebbero interviste più prolungate.

1)  Esperienza di piazza quasi inesistente.


 Nei giorni scorsi, ho discusso della questione palestinese più volte, ricorrendo anche ad appunti alla lavagna come questo:


L'ho fatto prima dello sciopero del 22, ma non li ho spinti a partecipare, e  ho sbagliato.

 Oggi però, per fortuna, un gruppetto di quinta e un'intera mia classe, una quarta- per vocazione decisamente non "dormiente"- sono andati al corteo, riempendomi di orgoglio. 

La stragrande maggioranza era dunque in classe, nonché sorpresa di vedermi, visto che fino al giorno prima avevo annunciato che avrei scioperato. 

E allora ho confidato loro il mio disagio, la scissione della mia coscienza, e abbiamo cominciato ad affrontare l'argomento PARTECIPAZIONE a cortei, manifestazioni, scioperi, presidi e quant'altro. 

Alla domanda: "Hai mai preso parte ad un corteo?", su un totale di 38 ragazzi, solo due hanno risposto positivamente: un ragazzo lo scorso anno per una manifestazione per l'Ucraina, una ragazza alle medie per la legalità con la scuola, il 23 maggio.

Per il resto, le mie allieve e i miei allievi non solo ignorano del tutto l'esperienza di occupare uno spazio pubblico insieme a tanti, tantissimi altri corpi, uniti da un ideale, da una causa che si intende portare avanti.

 Di più, alcuni, troppi di loro, considerano inutile e fastidiosa la protesta, perché dichiarano con convinzione che non porta a nessun cambiamento e, spesso, reca solo danni.

Inoltre, anche il ragazzo che ha partecipato alla manifestazione per la pace non ne serba un bel ricordo, perché gli è parsa solo una festa con musica e fumogeni, priva di indignazione e giusto atteggiamento per esprimere il dissenso.


2) Confusione e difficoltà nel formarsi delle idee.

Ho voluto indagare le modalità di acquisizione delle informazioni prevalenti tra di loro. Non sono certamente caduta dalle nuvole apprendendo che nessuno dei 38 legga il giornale, solo una decina ascolti un telegiornale, perché la forma prediletta per tenersi aggiornati è tik tok, con quel propinare contenuti continui che lasciano rapide impressioni contraddittorie. 

Alcuni allievi mi hanno confidato la loro impotenza nel sottrarsi a questo dominio di algoritmi e padroni invisibili che sfruttano la loro dopamina per mantenerli incollati a schermi da cui escono più storditi di prima, tra fake news e teorie di dubbia comprovata scientificità. 

Ne è sorta una discussione sulla scuola selvaggia (Morin cit.) di internet in cui noi docenti avremmo il ruolo di orientarli, sull'eccesso di informazione che diventa mancanza assoluta di informazione, sulla post-verità e sull'impossibilità che abbiamo da sempre di pronunciarci con correttezza sulla contemporaneità, ma anche sulla necessità di confrontare le fonti, assicurarci della loro provenienza e, soprattutto, dibatterne insieme. Perché solamente nella dimensione dialogica in carne ed ossa possono venire smascherate le bugie, possono comprendersi milioni di sfumature a cui non avevamo da soli dato attenzione ed è possibile cambiare idea, fermo restando che sarà sempre precaria e soggetta a numerose reinterpretazioni.

"Ai suoi tempi come si informava?", mi chiedevano. E oltre alla lettura dei quotidiani che per me era routine e che, pure, poteva scombussolare per la contrapposizione di pareri, ho spiegato loro che per me proprio trovarsi nello stesso spazio di fronte a qualcuno con cui parlare di diversi argomenti diventava la vera fucina in cui elaborare le idee. Potevano anche essere sbagliate, ma il confronto con luccichii di occhi, battute ironiche, suggerimenti di letture che davano amici, colleghi e compagne e compagni di lotta è sempre stato determinante per la formazione della mia personalità e spingermi a scendere in piazza. Perché lì soltanto può trovare sfogo la lotta contro ogni ingiustizia ed è lì che si può proseguire l'incessante ricerca di motivazione per mantenere viva la gioia della rivoluzione (quest'ultimo pezzo a loro non l'ho detto, non voglio e non posso trasformarli in pasionarie e pasionari, anche se sarebbe indubbiamente bellissimo!).


3) Indifferenza. 

L'ho denunciato per anni, ne ero allarmata da sempre ma, retorica e tragediatrice come sono, ho sempre sperato tutto sommato di eccedere e che la realtà mi avrebbe stupito positivamente.

Invece, l'individualismo che ha corroso l'idea di comunità di cui prendersi cura è più vivo che mai e non posso restituirvi la tristezza che ho provato nel sentirmi rispondere dalla stragrande maggioranza degli intervistati che il genocidio che è in corso li colpisce ma non li riguarda. 

"Ti interessa la questione palestinese?" No. 

Ammissione candida, semplice, con il sorriso sulle labbra, senza vergogna alcuna perché li avevo pregati di essere sinceri. Comprendono che sia ingiusto, ma non è avvertito come qualcosa per cui valga la pena battersi, perché la vita va vissuta facendo di tutto per stare bene ed è sconveniente occuparsi di quanto va oltre il proprio privato.

Un carpe diem speciale: fai di tutto per essere felice e trascura ogni questione che non ti appartiene direttamente.

Il lavoro da fare, insomma, sui cittadini che voteranno domani e che dovranno imparare, volenti o nolenti, come prendersi cura del mondo che abitano, è tantissimo e, se mi posso sentire straordinariamente felice per l'enorme partecipazione di oggi, non devo mai dimenticarmi che ci sono tante e tanti altri che ancora non vogliono essere coinvolti. 

Il vento è cambiato. Che questa rinnovata primavera del popolo possa abbracciare anche i più scettici e rompere il muro dell'indifferenza di chi si crogiola nel proprio microcosmo!

Massa è potere. E se non voglio dichiararmi fallita nel mio mestiere, riuscirò a convincere di questo anche il più ostile dei miei allievi.

Ad maiora!






Commenti